Pensieri personali

Il lavoro? Ai miei figli dico questo

Carlo D'Angiò · 6 Nov 2022 · 13 min di lettura

È mia abitudine, quando scrivo un articolo, un tutorial, un video promo etc., prendere a riferimento una persona specifica, un soggetto ideale, qualcuno che conosco e che reputo possa trarre beneficio da ciò che scrivo.

Questa tecnica aiuta molto a calibrare il messaggio e a focalizzare il nocciolo della questione. 

Ovviamente, il mio soggetto ideale di riferimento non sa di questa mia scelta. Se gli capita di leggere, può avere forse la sensazione di sentirsi in target come uno tra i tanti destinatari di quel contenuto, ma non ha la minima idea di essere stato al centro dei miei pensieri per tutto il tempo della stesura.

Perché sto parlando di questa mia tecnica di scrittura? Perché nell’articolo di oggi metterò al centro del mio messaggio i miei figli, sangue del mio sangue, coloro per i quali io e mia moglie daremmo la nostra vita.

Ora, questa ulteriore rivelazione crea una differenza sostanziale rispetto alle volte in cui scrivo, parlando a qualcuno che non sa di essere il mio interlocutore. I miei figli adesso sanno che sto parlando con loro.

Poco male. Perché quello che sento di dire ai miei figli viene dal profondo del mio cuore. Ed è quindi qualcosa che unisce esperienza e sentimenti, logica ed istinto, conoscenza e amore. Un mix di pensieri che possono essere condivisi oppure no nella sostanza, ma che di certo non nascondono alcuna strategia.

Ecco perché consiglio a chiunque di leggere questo articolo con la serenità che normalmente dovrebbe avere un figlio quando ascolta il padre. Uso il condizionale, perché so bene che non tutti i padri sono padri, e non tutti i figli sono figli. Ma  questo è un altro discorso.

Cominciamo dal lavoro.

Il lavoro

Figli miei, quando si parla di lavoro, ciascuno di voi deve compiere uno sforzo in più, perché a differenza di ogni altra persona che vi circonda, amici, parenti, colleghi etc., vostro padre è l’unico che produce reddito in pantofole, nel salotto di casa, alzandosi a mezzogiorno.

Questa circostanza – che per alcuni (me compreso) è motivo di vanto per le scelte fatte negli anni una dietro l’altra –, per voi che oggi siete adulti, può essere causa non dico d’imbarazzo ma di confusione.

Da un lato c’è il mondo delle persone normali che si alza presto ogni mattina per andare al lavoro, con tutto quello che tale routine comporta sul piano della vestizione, delle auto, dei rapporti, dell’apparenza e così via, e dall’altro ci sono io con il mio solito abbigliamento, un po’ trasandato, da domenica pomeriggio che se ne infischia delle auto, dei centri commerciali, delle vacanze nei luoghi affollati e di ogni altro contesto in cui le persone semplicemente si radunano solo perché lo fanno altre persone.

So bene che siete abituati a questo padre. Del resto, sono 15 anni che viviamo così. Eravate molto piccoli quando ho smesso di indossare la giacca e la cravatta, optando per una tuta e una felpa. Ma sono certo che oggi, a cena con i vostri amici, in palestra, al ristorante o durante il trekking in montagna, possa capitare la solita domanda di curiosità a cui risulta ancora difficile rispondere: che lavoro fa tuo padre?

Il punto non è orchestrare una risposta rapida e ragionevole per amici curiosi. Il punto è conoscere la risposta per voi stessi.

Vi siete mai chiesti veramente quale sia il lavoro di vostro padre? Mi piacerebbe conoscere la risposta. Probabilmente, rimarreste sorpresi nello scoprire che la risposta giusta non implica la parola “lavoro” nella domanda.

“Dai, papà, lo sappiamo che il tuo lavoro non è usurante…”.

No, miei cari figlioli, non si tratta di individuare il giusto sostantivo per le mie attività che per economica di linguaggio indichiamo come lavoro. Si tratta di capire in tempo ciò che è importante nella vita.

Le persone cercano lavoro perché hanno bisogno di soldi per vivere. Dunque, mi sembra di capire che le persone cercano qualcosa per avere poi un’altra cosa che serve a vivere. Ci ritorniamo fra un attimo.

Nel frattempo, scoprono che lì fuori ci sono delle procedure, delle consuetudini, dei modi di fare. Serve un curriculum, un titolo o una qualifica, il collocamento, un concorso e così via. E se tutto va bene, se cioè alla fine della ricerca salta fuori un lavoro, cominciano una routine che il più delle volte non corrisponde all’idea che le persone hanno del loro impiego, prima di svolgerlo. Magari è più faticoso del previsto, magari porta via molto tempo, impone un’organizzazione che prevarica su ogni altro aspetto della vita. Per non parlare poi dell’omologazione indotta dal lavoro. 

Il lavoro, qualunque esso sia, forgia modelli di vita in serie, non solo perché, ad esempio, mille persone che hanno poco tempo per leggere sono mille persone che tendono a fare scelte simili per mancanza di informazioni, ma anche perché il lavoro si compie in un contesto che spesso è culturalmente e socialmente contagioso.

Il lavoro contamina i lavoratori e li rende esecutori abitudinari di vite che si assomigliano

Il lavoro contamina i lavoratori e li rende esecutori abitudinari di vite che si assomigliano al punto da essere interscambiabili. Viaggiare insieme, andare al cinema insieme, fare le vacanze insieme, incontrarsi la sera con gli amici insieme, sono tutte cose meravigliose, non vorrei essere frainteso; ma non vi è dubbio che il ritmo, la qualità e l’intensità di queste esperienze nascono dal contesto e si impongono sulla visione progettuale, sostituendo gradualmente le vostre aspettative autentiche con quelle che subentrano a causa del lavoro.

Ci può essere del bello in tutto questo? A volte sì. Ma la mia esperienza è quella di un cinquantenne che da quindici anni a questa parte aiuta i suoi coetanei a cambiare vita. Il che significa che il più delle volte le scelte compiute a 20 anni sono quelle che determinano l’esigenza di cambiare a 40.

Il filtro della speranza

Vorrei che capiste, figli miei, che a 20 anni la prospettiva sul mondo è falsata dalla speranza. È come un filtro fotografico, tipo quelli di Instagram (per intenderci), che trasformano un volto ruvido e rugoso in un viso angelico. Capirete che l’immagine reale e l’immagine filtrata sono due cose diverse. Ciò che voi pensate di poter fare con la prospettiva filtrata subirà mille contaminazioni durante il percorso, e ciò che vi ritroverete ad osservare fra soli 20 anni sarà un mostro deturpato della vostra idea iniziale, qualcosa che non amerete più e che probabilmente vi renderà infelici.

Attenzione: non è quello che vi piace fare che vi renderà infelici. Sono i compromessi che dovete accettare per riuscire a svolgere quell’attività a renderla paradossalmente la causa principale della vostra futura infelicità.

Il lavoro è tutto questo. È la via obbligata dei compromessi, degli adattamenti, delle progressive rinunce, dei sacrifici, della schiavitù, della delusione, dello stress, del burnout, dello spegnimento, dell’infelicità.

Incredibilmente, oggi il lavoro è anche la causa principale dell’incompetenza, dell’ignoranza, della pochezza professionale, della mancanza di valori etici e umani. Un esempio per tutti è il lavoro del medico. O anche quello degli insegnanti.

Ci sono bravi medici e ottimi insegnanti, fortunatamente. Ma a voi che siete i miei figli non augurerei mai, oggi, il lavoro del medico o quello dell’insegnante, perché sareste obbligati a intraprendere un cammino di contaminazioni aberranti e oscurità indicibili.

Lavora solo chi non sa fare altro

A questo punto, immagino vi starete chiedendo: “ok, papà, ma come facciamo a vivere senza un lavoro?”.

Bene. Qui possiamo riprendere il discorso di prima. Abbiamo detto che le persone cercano un lavoro perché hanno bisogno di soldi per vivere. Se questo è vero, possiamo dedurre che le persone compiono un’attività non richiesta per raggiungere l’obiettivo. Qualcuno ha fatto credere loro che sia necessario.

Cerchiamo di capire bene questo passaggio, perché è qui che si annida la truffa del sistema.

Se pensiamo al ghepardo durante la sua caccia, non possiamo fare a meno di notare come punti una sola preda in mezzo al branco. Durante l’inseguimento, il felino sfiora parecchie volte altri animali commestibili. Ma non se ne cura. Non se lo può permettere, perché sono distrazioni che portano al fallimento. Se il ghepardo si lasciasse distrarre dagli amici della preda, o se per catturare un impala decidesse di uccidere prima i licaoni della zona, molto probabilmente morirebbe di fame.

È dunque una legge della natura molto semplice e ragionevole quella secondo cui se vogliamo raggiungere un obiettivo dobbiamo puntare direttamente a quell’obiettivo, e non a traguardi intermedi che non hanno senso di esistere.

Se per vivere bene ho bisogno di soldi, perché mai cerco il lavoro, che è cosa diversa?

Mi rendo conto che è difficile per voi giovani puledri, pronti a scalpitare tra le praterie affollate del mondo, doversi confrontare con questa visione. Ci sono i vostri amici, cugini, compagni di scuola che lavorano ogni giorno, che prendono il treno o la metropolitana, che viaggiano in auto, che indossano abiti per l’ufficio o uniformi per il lavoro, che fanno l’happy hour con i loro simili, che controllano lo stipendio, che hanno il conto bancario riservato alla loro categoria su cui addebitano le utenze. 

E quindi? Da quando, in questa casa, quello che fanno gli altri è mai stato indice di una cosa giusta da fare? Non è mica colpa mia se tutti gli altri, invece di focalizzarsi sull’obiettivo, puntano a qualcosa di diverso, pensando però di fare la cosa giusta?

Lavorare e fare soldi sono due cose diverse. Anzi, sono un ossimoro. Questo lo dovete capire. Poi, naturalmente, imparerete da me che nella vita i soldi sono solo uno strumento per obiettivi veramente più importanti, come la famiglia, i figli, la libertà, la crescita personale, l’amore, le relazioni, la spiritualità, l’arte, la musica, la bellezza. Ma qui stiamo discutendo della logica sottesa alla scelta di un lavoro.

E dunque se le persone cercano un lavoro perché hanno bisogno di soldi per vivere, stanno sprecando gran parte della loro vita su un obiettivo sbagliato.

“Papà, e che ci dici della carriera, del talento, della voglia di esercitare le attività che ci piacciono?”. 

La carriera è un concetto da schiavi. Serve alle persone che hanno fatto quella scelta per dare un senso al sacrificio, ai compromessi, alle rinunce. 

Diverso è invece il discorso sul talento e sulla voglia di esercitare le attività che ci piacciono.

Personalmente, credo che voi, figli miei, dobbiate scovare il vostro talento, curarlo, migliorarlo, proteggerlo. E poi manifestarlo al mondo in modo eccellente

Sappiate che non serve un lavoro per esercitare talenti, conoscenze e attività che ci piacciono. Sembrerà scontato quello che sto per dire, ma è sufficiente un blog per fare del vostro talento la chiave straordinaria della vostra crescita e della vostra felicità. Un blog inteso sì come strumento di comunicazione e diffusione della propria conoscenza, ma anche come format di espressione del talento.

Un falegname impara l’arte nella falegnameria, non sul blog. È evidente. Ma io parlo di blog a voi perché conosco i vostri talenti.

È difficile? Ovvio. Se il vostro focus continua a rimanere fermo sulle contaminazioni del sistema, non vivrete mai quella meravigliosa esperienza di piccole scoperte che trasformano ciò che è difficile in qualcosa di possibile, se non addirittura di facile.

Se un bravo pianista è tale perché si esercita tutti i giorni per molti anni, perché mai voi dovreste saper bloggare in due settimane?

Oppure, avete mai visto un pugile sul ring? Avete mai provato a immedesimarvi? Vi posso assicurare, avendo fatto pugilato per alcuni anni, che il semplice gesto di tenere le mani ad altezza del viso è faticosissimo. Un uomo comune le lascerebbe cadere dopo pochi secondi dall’inizio del match. Un pugile, invece, non solo le tiene in posizione per molto tempo, ma riesce a farlo mentre subisce colpi pesanti, si sposta velocemente, cerca di rimanere in piedi, e sferra a sua volta i suoi pugni sull’avversario.

Pensate che tutto questo sia il risultato di uno zabaglione? O molto più realisticamente quello di un allenamento continuo e ripetuto negli anni?

Non è facile scrivere un blog, esprimere il proprio talento e guadagnarci allo stesso tempo. Ma con l’allenamento, la ripetizione, lo studio, e soprattutto con il focus del ghepardo, diventa sempre più facile.

Il vero scopo nella vita

Sono convinto che voi dobbiate fare le vostre esperienze e che sia necessario conoscere la gabbia per apprezzarne la fuga. E per questo non vi impedirò mai di fare quello che pensate sia giusto fare, dalla vostra prospettiva, naturalmente.

Ma vorrei che quando le esperienze cominciano ad accumularsi nella vostra mente e via via il filtro della speranza si assottiglia, lasciando emergere la realtà cruda del contesto e delle contaminazioni, voi possiate ricordarvi di queste mie parole. Magari, vi aiuteranno ad essere più risoluti nelle scelte necessarie.

Quello che credo sia importante nella vita è il tempo che ciascuno di voi potrà dedicare al proprio corpo, alla propria mente e alla propria anima. 

Avete bisogno di prendervi cura del vostro corpo, alimentandovi nel modo giusto, ma anche praticando un po’ di sport, non solo per rafforzare muscoli e migliorare il respiro (il respiro è importante), ma anche per vivere le esperienze del corpo, quelle che derivano da una nuotata in mare aperto, da una passeggiata in montagna, da una cavalcata nelle radure sconfinate della nostra bella Umbria.

Avete bisogno di prendervi cura delle vostra mente attraverso la lettura, il confronto costruttivo, l’arte, la meditazione, la musica. Siate curiosi. Imparate per gioco, perché imparare è divertente. E il divertimento è felicità. Credetemi se vi dico che vostro padre ogni giorno è felice perché impara, e impara perché è felice.

Avete bisogno di prendervi cura della vostra anima. Non vi ho mai imposto alcuna visione religiosa. Ma vi ho sempre mostrato senza imbarazzo le mie sensibilità, la mia esigenza di pregare, di raccogliermi in qualcosa che va al di là del corpo e della mente. Anche qui, siate curiosi. E rispettosi di chiunque altro. Prendetevi del tempo per capire, ricercare, imparare. 

Non siate refrattari a questo tipo di esperienza. Evitate le contaminazioni di quest’epoca così arida, così stupida e disumana. Lasciatevi coinvolgere, invece, dal bisogno di scoprire, di conoscere, di confrontarvi con chi prima di voi e prima di me ha già camminato lungo questi sentieri. Siate accorti. Sempre. Ma abbiate rispetto per la vostra spiritualità. E per quella degli altri.

Tutte queste cose, miei cari ragazzi, possono essere adempiute solo con il giusto tempo e con la libertà di scegliere.

Nessun lavoro – tradizionalmente inteso, diciamo così, per semplificare – vi darà mai il tempo per leggere, ricercare, scoprire, imparare. Nessun lavoro vi darà mai la libertà di cui avete bisogno per scoprire voi stessi nel flusso altalenante di dolore e felicità che noialtri chiamiamo vita.

Per vivere dovete essere presenti a voi stessi. Ogni giorno. E per questo dovete assicurarvi di fare le mosse giuste perché ciò accada. Sin da subito. Qui e ora. Allontanando l’idea del lavoro. Facendo spazio invece a quella del produrre ricchezza con intelligenza.

Concentratevi su quello che serve, non su quello che fanno gli altri perché lo fanno gli altri. Ne possiamo parlare più approfonditamente, se un giorno vi andrà di farlo.

Vi voglio bene.

PS. Sarò sempre e comunque al vostro fianco.

Carlo D'Angiò

Carlo D'Angiò

Proprietario di questo sito e creatore di Carlissimo Me

19 anni di blogging e infomarketing. Decine di eBook scritti, venduti… e puntualmente scopiazzati da chi non ha più un’idea manco sotto tortura. Corsi che hanno generato milioni, e centinaia di webinar dove ho visto tutto: chi vola, chi si schianta, chi riappare anni dopo dicendo “avevi ragione tu”.

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4 Commenti

  1. Morena Botteghi

    Grazie, condivido quello che hai scritto in ogni parola! A presto,

    Morena Botteghi

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  2. Rosanna

    “La carriera è un concetto da schiavi. Serve alle persone che hanno fatto quella scelta per dare un senso al sacrificio, ai compromessi, alle rinunce.
    Diverso è invece il discorso sul talento e sulla voglia di esercitare le attività che ci piacciono”

    Trovo che questa sia una considerazione di altissimo spessore che se fatta propria libererebbe la vita di un individuo da un fardello inutile e troppo pesante da portare.

    Questa lettera è magnifica.

    Buona vita caro Carlo

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  3. Fabio

    Cavolo Carlo, ti seguo da più o meno 15 anni; mai sottoscritto, quantomeno in modo continuativo, le tue diverse membership – interrotte di norma dai soliti “metti i piedi per terra”, “c’hai 3 figli e una 4a in arrivo”.
    Ma devo però ammettere senza giustificazioni che è sempre stato per “paura di non farcela”,”di non avere il talento giusto, o non averne affatto di spendibili”, “…di non essere abbastanza…”.

    Ed eccomi qui a 15 anni di distanza dal primo contatto, chiusura di una impresa vissuta 10anni, 3 posti fissi cambiati con la media di 3 anni l’uno e con la perenne sensazione di essere fuori luogo, di avere la shelf-life della carne in scatola e che si resetta ogni 3 anni, non posso pensare di “fare sto lavoro” fino a 70anni (ne ho 46) … devo smettere prima.

    Ogni santa volta ripenso ai primi video – cercare la nicchia, il mio talento, cosa so fare bene – ma non ho mai risposta. Probabilmente merito lo schiavismo dove ciclicamente mi infilo.

    Grazie comunque, leggerti è sempre un piacere.

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    • Carlo D'Angiò

      Pensa te. Sono passati 15 anni. Quante cose si potevano fare, no?

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