Nella mia stanza, le finestre sono ancora chiuse. Qualcuno le apre, per cambiare l’aria, quando serve. E io lascio fare, perché so bene che occorre arieggiare la stanza, ma solamente quando ho già abbandonato quelle quattro mura per altri luoghi, per altri pensieri. Perché quando dormo, diciamoci la verità, meglio chiuderle quelle dannate finestre.
Siamo a metà giugno, è vero. Eppure, il dolore, quel sottile nemico che si aggira nel profondo delle ossa, non conosce le stagioni. La cervicale, il trigemino, si destano improvvisi, con una certa indifferenza per il calendario. Anzi, è nei mesi più caldi, tra il sudore e il rischio di quel colpo d’aria tanto temuto, che essi trovano un terreno fertile. In inverno, per fortuna, le finestre possono restare chiuse, senza che qualche figlio si lamenti per il caldo e ti accusi di essere esagerato.
Purtroppo, dobbiamo fare i conti con una diversa percezione del mondo non solo sul piano politico, sociale, culturale ecc., ma anche su quello climatico e ambientale. Lo scontro generazionale, con il passare degli anni, si dilata come onde su uno stagno fino a diventare talvolta frustrante. Anche perché ti vengono in mente quelle volte in cui, quando eri più giovane, e i tuoi figli erano neonati o bambini, ti adattavi ai loro bisogni. Niente aria condizionata, niente alcool nei dolci, nessun divertimento. E ora, quando il cambio di ruoli dovrebbe essere naturale come il ciclo delle stagioni, quando è il mio turno di essere curato con la stessa meticolosità con cui un tempo accudivo, sembra che il mondo attorno a me non riconosca più il mio corpo, ora vulnerabile e diverso.
Cosa alimenta dunque questa frizione intergenerazionale? Perché le nuove generazioni sembrano vacillare nel comprendere pienamente i sentimenti e le esigenze di quelle più anziane?
La risposta giace, forse, nel classico dilemma dell’ignoranza involontaria: chi non sa, non conosce l’ampiezza della propria ignoranza. Non vi è malizia in questo, è chiaro. Se i figli nutrono affetto, si avvicinano, tentano di comprendere e di offrire conforto. Tuttavia, non si raggiunge mai quella profondità di empatia veramente trasformativa, poiché manca loro l’esperienza diretta, quel tassello cruciale che consente di valutare con precisione e profondità il disagio altrui.
Vivere realmente una condizione è profondamente diverso dal conoscerla solo come concetto. Questa differenza si manifesta nei piccoli gesti quotidiani, nelle scelte inconsapevoli che fanno i giovani, spesso sorvolando sulle vere necessità di chi ha attraversato già molte più primavere e inverni.
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Quanto sarebbe diverso se potessero davvero sentire il peso degli anni nelle proprie ossa, o percepire il freddo come lo fa un corpo che ha perso la freschezza della gioventù. Eppure, questa è la condizione umana: imparare, spesso troppo tardi, la vera natura dell’empatia.
Di contro, però, tu hai la possibilità di farti un caffè, sorseggiarlo in veranda, e sentirti il cuore pieno di gioia solo per questo. E quindi cogliere le sensazioni, l’idea, e avvicinarti con fare creativo alla tastiera del tuo computer, cominciare a scrivere, a raccontare, e ritrovarti con la mente nei ricordi, mentre i tuoi pensieri si incrociano con le parole che stai cercando di comporre per dare loro una fedele rappresentazione di ciò che sono.
C’è tutto quello che deve esserci nel gesto della scrittura di un uomo (o di una donna) che ancora dorme con le finestre chiuse a giugno. Non ha bisogno di ubriacarsi, sebbene ami gustare del buon vino. Così come non ha bisogno di cercare il brivido della velocità o il tumulto delle serate eccessive. Qui, tra i pensieri e le parole, si trova un’intensità di sentimento che è tanto travolgente quanto qualsiasi avventura esterna. È la quiete interiore, coltivata nel corso degli anni, che si rivela ora nel gesto meditativo della scrittura, nel sapore del caffè, nel silenzio di una veranda che guarda il mondo senza bisogno di aprirsi del tutto.
E se poi hai la fortuna di scoprire che ci sono occhi che leggono, menti che seguono, cuori che si muovono al ritmo delle parole che hai scelto per i tuoi testi, allora la gioia di un attimo trascorso in veranda si dilata, si trasforma in un’aura che si estende fino a toccare luoghi remoti. Senza lasciare la tua poltrona, la tua essenza viaggia con i tuoi pensieri e sentimenti, sorprendentemente capaci di orientare, di ispirare cambiamenti e decisioni, di tracciare sentieri nuovi nella vita di qualcun altro!
Quante meraviglie possono scaturire da un blog, da questo spazio virtuale che diventa un ponte tra solitudini, un luogo di incontro tra anime forse mai destinate a vedersi di persona. È una tela su cui dipingere, un palcoscenico su cui recitare la propria parte, un giardino in cui piantare semi di pensiero che fioriranno in luoghi e tempi imprevisti.
Questa connessione, invisibile ma palpabile, tra scrittore e lettore, tra pensiero e parola, è un alimento per l’anima, un rinnovamento dello spirito che testimonia la forza del legame umano attraverso la condivisione della parola scritta.
In questa reciproca scoperta e riconoscimento, nei silenzi colmati dalle parole lette, si trova una profonda, ineffabile felicità.


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