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Suno sta uccidendo la musica?

Ci sono davvero pipeline che truccano le classifiche con canzoni-spazzatura, ed è un problema reale. Ma esiste anche chi scrive ancora a penna, deposita alla SIAE, e usa l'AI solo come l'arrangiatore invisibile che non ha mai potuto permettersi. Ecco perché confondere le due cose è l'errore che nessuno sta correggendo.

Carlo D'Angiò · 3 Lug 2026 · 7 min di lettura

Suno sta uccidendo la musica? È la domanda che gira da mesi, ed è legittima. Non la scarto, non la minimizzo. La affronto da dentro: ad aprile ho tirato giù dalla soffitta un piano elettrico che ci stava da vent’anni, e da allora scrivo canzoni ogni settimana con Suno come compagno di band. Non ho ripreso a fare musica per moda. L’ho ripresa perché una sera ho sentito una canzone che mi ha commosso, e ho scoperto che chi la cantava non esisteva.

Il problema è vero, e va chiamato con il suo nome

Partiamo da dove hanno ragione gli scettici. Esistono casi come quello di Eddie Dalton, un “musicista blues” arrivato in cima alle classifiche digitali senza essere mai esistito: voce, volto, storia, tutto generato dall’intelligenza artificiale, sostenuto da download comprati a tavolino per sfruttare le vulnerabilità dei sistemi di iTunes. Nessun vissuto reale, nessun rischio economico. Solo un algoritmo ottimizzato per ingannarne un altro.

Questo è AI slop nel senso più tecnico del termine: produzione in serie pensata per il sistema di distribuzione, non per l’orecchio umano. E il problema non è astratto: sottrae spazio ad artisti che si indebitano e sacrificano tempo per un brano che magari non ascolterà nessuno. Se la domanda fosse solo questa, la risposta sarebbe sì: quella parte lì, sta effettivamente avvelenando il pozzo.

Ma ammettiamolo: dietro Eddie Dalton c’è del mestiere

Qui, però, voglio dire una cosa che pochi hanno il coraggio di dire ad alta voce, e che io mi sento di dire perché sto dall’altra parte del tavolo — sto cercando di far partire un canale, e so quanto sia difficile farsi ascoltare. Il criticone che si lamenta del “produttore cinico” dietro Eddie Dalton, se avesse anche solo metà del suo know-how, non esiterebbe un istante a usarlo. Perché sapere costruire una canzone che scala una classifica e fa commuovere chi ascolta — anche se lo fa con l’inganno del finto artista — è comunque un mestiere, e un mestiere raro. Non sto giustificando l’inganno. Sto dicendo che nell’era dell’AI il merito non è più legato alla velocità con cui componi una scala con la chitarra. È legato a sapere cosa funziona, cosa emoziona, come si costruisce un ascolto. Sono competenze diverse da quelle di vent’anni fa, ma sono competenze vere, e va detto senza ipocrisia.

Perché non tutta la musica fatta con Suno nasce così

E qui la storia si biforca, perché il dibattito pubblico tratta ogni brano uscito da Suno come se fosse per forza un Eddie Dalton — e non è così.

Sono cresciuto con i Pink Floyd, i Dire Straits, Fabrizio De André. Ho suonato in un gruppo da ragazzo, scrivevo canzoni, cantavo. Poi sono arrivate le responsabilità — il lavoro, la famiglia — e il sogno del musicista è finito in soffitta, insieme al piano elettrico, per vent’anni. Tra una composizione grezza e una vera demo passavano decine di migliaia di euro: soldi che non avevo, e che la maggior parte delle persone in soffitta non ha mai avuto.

Quest’anno ho ripreso in mano quel piano. Compongo ancora al pianoforte, scrivo i testi a penna, canto le demo grezze con una voce rovinata da troppe sigarette — stonando, senza vergogna, perché quella registrazione non la sentirà nessuno: serve solo a fissare l’idea. Poi, solo dopo, passo tutto alla macchina, che mi restituisce un arrangiamento suonato bene. Ogni brano lo deposito regolarmente alla SIAE, perché la creazione — melodia, testo, intenzione — resta mia al cento per cento.

L’arrangiatore invisibile

C’è un parallelo che trovo utile. Quando un cantautore della nostra epoca componeva un brano grezzo e lo passava a uno studio per l’arrangiamento, al pubblico non importava sapere chi avesse suonato materialmente il basso o le tastiere. I turnisti restavano spesso anonimi, eppure quelle canzoni emozionavano allo stesso modo. Oggi la macchina, per me, è semplicemente quell’arrangiatore invisibile: suona gli strumenti di un brano che ha già un’anima, perché quell’anima gliel’ho data io prima ancora che il software entrasse in gioco.

Chi non la usa, resta indietro

Faccio un passo oltre, perché è il punto su cui vedo più resistenza tra i musicisti che conosco. L’intelligenza artificiale non va subita né criticata da lontano: va padroneggiata, esattamente come dovrebbero fare un avvocato, un medico, uno sviluppatore. Vale per tutti i mestieri in cui contano competenza e giudizio, e vale doppiamente per la musica. Perché se è vero che l’AI amplifica ciò che hai da dire — il tuo gusto, la tua sensibilità, la tua storia — allora chi è davvero musicista, chi ha già qualcosa di vero dentro, non può che trarne un vantaggio enorme rispetto a chi musicista non è. Restare fuori per principio non protegge nessuno. Lascia solo il campo libero a chi la userà comunque, magari senza avere niente da dire.

Perché questa distinzione conta

Torniamo alla domanda iniziale. Suno sta uccidendo la musica? Dipende da cosa si intende per musica, e soprattutto da chi la fa.

Se per musica intendiamo il ciclo cinico di ottimizzazione-per-classifica, quel tipo di prodotto sta effettivamente inquinando lo spazio in cui operano gli artisti veri — e va riconosciuto il mestiere di chi lo fa, senza per questo assolverlo. Ma se per musica intendiamo il gesto di chi ha una storia da raccontare e finalmente trova uno strumento economicamente accessibile per raccontarla, allora l’AI non sta uccidendo niente. Sta restituendo a qualcuno un sogno che il costo di uno studio di registrazione aveva sepolto per vent’anni.

Il vero rischio non è la tecnologia in sé. È il momento in cui uno strumento smette di essere al servizio di un’intenzione umana e diventa un sistema che produce contenuti in serie per l’algoritmo invece che per una persona che ascolta. L’intelligenza artificiale, nella musica come altrove, non inventa questi meccanismi: li amplifica — amplifica il cinismo di chi non ha nulla da dire, ma amplifica anche il talento di chi, alla base, ha già qualcosa di vero da raccontare.

La domanda giusta, allora, forse non è se Suno stia uccidendo la musica. È chiedersi, ogni volta, chi c’è dall’altra parte del prompt.

Domande Frequenti (FAQ)

Suno sta davvero sostituendo i musicisti?

No, non nel senso in cui lo si teme di solito. Suno sostituisce il costo di una band e di uno studio di registrazione, non l’idea, il testo o la melodia. Chi parte da un’intuizione musicale propria e usa Suno per l’arrangiamento resta l’autore a tutti gli effetti; chi non ha nulla da dire ottiene solo un brano tecnicamente corretto ma vuoto. Lo strumento amplifica chi lo usa, non lo sostituisce.

Le canzoni composte con l’aiuto dell’intelligenza artificiale sono protette dal diritto d’autore in Italia?

Sì, a una condizione precisa: devono essere il risultato del lavoro intellettuale dell’autore. Se testo, melodia e scelte creative sono tue e l’AI ha svolto solo la parte esecutiva (arrangiamento, produzione), l’opera è tutelata come qualsiasi altra e può essere depositata regolarmente, ad esempio alla SIAE. Un brano generato interamente dalla macchina, senza apporto umano, non gode della stessa tutela.

Qual è la differenza tra un musicista che usa Suno e una canzone di AI slop?

La differenza sta nell’origine, non nello strumento. L’AI slop nasce da una logica di ottimizzazione per l’algoritmo o per le classifiche: si producono decine di brani in serie per vedere cosa “funziona”, senza un’intenzione autoriale dietro. Un musicista che usa Suno parte invece da un’idea, un testo o una melodia già esistenti nella propria testa, e usa lo strumento solo per l’arrangiamento — lo stesso ruolo che un tempo avevano i turnisti di studio.

Cos’è un “finto artista” musicale creato con l’intelligenza artificiale, come nel caso Eddie Dalton?

È un’identità completamente inventata — nome, volto, voce, biografia — dietro cui non esiste una persona reale, costruita per scalare le classifiche digitali sfruttando le vulnerabilità dei sistemi di distribuzione, a volte tramite download acquistati artificialmente. Il fenomeno solleva un problema reale di trasparenza verso l’ascoltatore, distinto dal caso di un musicista reale che usa l’AI apertamente come strumento di produzione.

Carlo D'Angiò

Carlo D'Angiò

Proprietario di questo sito e creatore di Carlissimo Me

19 anni di blogging e infomarketing. Decine di eBook scritti, venduti… e puntualmente scopiazzati da chi non ha più un’idea manco sotto tortura. Corsi che hanno generato milioni, e centinaia di webinar dove ho visto tutto: chi vola, chi si schianta, chi riappare anni dopo dicendo “avevi ragione tu”.

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