Crescita personale

Il calo, Trump e la uallera

Cosa c’entrano con gli obiettivi che non riesci a raggiungere

Carlo D'Angiò · 20 Set 2026 · 11 min di lettura

Il calo è fisiologico? Secondo me sì. Succede a tutti. Anche nelle migliori famiglie.

C’è un tempo in cui ti senti performante, carico, con la mente che gira a mille. Ti vengono idee mentre fai la doccia, mentre guidi, mentre mangi. Ti sembra di poter fare sette cose contemporaneamente e, cosa ancora più grave, ti viene pure voglia di farle.

Poi arriva un altro tempo. Quello in cui ti sembra di vivere in una stanza buia. Ti fa schifo tutto, non hai voglia di fare niente e, soprattutto, non hai neanche tutta questa curiosità di aprire la finestra per vedere come si sta fuori.

Capita. E non sei uno sfigato, se ti capita. Sei semplicemente un essere umano.

Noi esseri umani non funzioniamo come un forno elettrico: centottanta gradi costanti per tutta la vita. Abbiamo giornate buone, giornate pessime, settimane in cui spacchiamo il mondo e altre in cui già rispondere a una mail sembra la traversata dell’Atlantico.

E fin qui, tutto normale.

Il problema, secondo me, comincia da un’altra parte. Non dal calo. Ma dalla visione povera della propria vita. Quella sì che va presa sul serio. Perché non riguarda il lunedì storto, il mese complicato o il periodo in cui sei stanco. Riguarda il tuo modo ordinario di pensare. Le tue abitudini. Le cose che dai per scontate. Quello che ritieni possibile per gli altri e impossibile per te.

Un conto è pensare: Adesso sono stanco. Non sto combinando niente. Ho bisogno di riprendermi. Un altro è pensare: Per me certe cose non succederanno mai. Sono due mondi completamente diversi.

Puoi stare fermo per un mese e avere ancora una visione ricca della tua vita. Sai che tornerai. Sai che puoi costruire qualcosa. Sai che, appena avrai recuperato energia e lucidità, potrai rimettere un piede davanti all’altro.

La visione povera, invece, ti dice che non c’è nemmeno una strada.

  • Agli altri magari sì.
  • Quello ha avuto fortuna.
  • Quell’altra conosce le persone giuste.
  • Quello è più giovane.
  • Quello ha più soldi.
  • Quella è più bella.
  • Quello è partito prima.
  • E tu no.

Tu sei l’unico essere umano sulla Terra condannato da una misteriosa congiunzione astrale a non poter fare un cazzo.

Ecco. Questa cosa devi abbandonarla. E non te lo dico per motivarti. Francamente, non ho più voglia di motivare nessuno. Non ho i palloncini, non ho la musica epica di sottofondo e non ho intenzione di dirti di svegliarti alle cinque del mattino per fare una doccia fredda guardando l’alba. Te lo dico semplicemente perché, per come la vedo io, gli obiettivi funzionano per processi. Quando qualcosa è così, io lo scrivo.

Il problema degli obiettivi è che li guardiamo tutti interi

Nel corso degli anni l’ho detto in cento modi diversi. Come si raggiunge un obiettivo? Economico. Professionale. Personale. Relazionale.

Un passo alla volta.

Sì, lo so. Sembra una frase stampata sui biglietti della fortuna. Ma il punto interessante non è “un passo alla volta”. Il punto interessante è: quali passi? Perché se non sai quali sono, puoi ripeterti “un passo alla volta” fino al 2047 e restare esattamente dove sei.

Devi scomporre il processo che produce il risultato.

E qui prometto di non metterla giù con un pippone alla Tony Robbins, che pure con queste cose ci ha fatto la uallera. La uallera, per chi non conoscesse l’elegantissimo lessico napoletano, indica originariamente un’ernia scrotale o inguinale. Nel tempo ha però acquisito un significato figurato molto più utile alla vita quotidiana: una cosa talmente lunga e pesante da provocare una considerevole rottura di coglioni.

E quindi sarò pratico.

Vuoi tremila euro in più al mese?

Mettiamo che una parte della tua insoddisfazione sia economica. Non tutta la tua vita. Una parte. E mettiamo che tu dica:

Carlo, con tremila euro in più al mese respirerei molto meglio.

Ottimo. Abbiamo già fatto una cosa importante. Abbiamo trasformato:

Vorrei guadagnare di più

in:

Voglio generare tremila euro in più al mese.

Sono due frasi apparentemente simili. Ma non lo sono affatto. La prima è un desiderio. La seconda contiene un numero. E appena compare un numero possiamo cominciare a scomporre il problema.

Quanto ci vuole per fare tremila euro?

  • Un cliente da tremila euro.
  • Oppure due clienti da millecinquecento.
  • Oppure tre clienti da mille.
  • Oppure dieci clienti da trecento euro.
  • Oppure cento persone che comprano qualcosa da trenta euro.

Sono modelli completamente diversi. Ma improvvisamente quei tremila euro, che prima erano una specie di montagna avvolta nella nebbia, cominciano ad avere una forma.

Prendiamo la strada dei tre clienti da mille euro. Prima domanda: hai qualcosa che puoi vendere a mille euro?

Sì? Molto bene. Il problema successivo è trovare tre clienti.

No?

Benissimo anche questo, perché abbiamo trovato il gradino precedente: costruire qualcosa che abbia un valore sufficiente per essere venduto a mille euro.

Non sai se quello che sai fare, la tua esperienza o il tuo metodo possono diventare un servizio ad alto valore? Allora il problema è capire se puoi costruire un’offerta da mille, millecinquecento o tremila euro. E su questo, eventualmente, puoi farti aiutare.

Per esempio, puoi raccontarmi il tuo caso attraverso il modulo che ho preparato qui:

Lo leggo e, se vedo una direzione concreta, ti mostro come potrebbe essere strutturata.

Ma quella del servizio ad alto valore è soltanto una strada. Potresti arrivare agli stessi tremila euro con dieci clienti da trecento euro. Magari attraverso un abbonamento. Oppure con un prodotto digitale. Oppure con una combinazione di prodotti e servizi.

Possibile che nell’era dell’intelligenza artificiale tu stia ancora davanti alla domanda:

“Ma io cosa potrei fare?”

Oggi trovare ipotesi è diventato infinitamente più semplice. Il difficile non è più avere idee. È selezionarle, costruirle, provarle e continuare abbastanza a lungo da capire se funzionano.

“Carlo, però non tutta la felicità sono i soldi”

Giusto. Te l’appoggio. Anzi, in certi momenti della vita i soldi possono essere l’ultimo dei problemi.

Puoi avere un vuoto che riguarda le amicizie. La solitudine. L’amore. Il rapporto con i figli. La necessità di sentirti utile. Il desiderio di partecipare a qualcosa. La voglia di conoscere persone nuove. Il bisogno di rimettere il corpo in movimento.

(A tal proposito, ti suggerisco di leggere e di mettere in pratica “Il potere del passo lento“. Una bomba silenziosa che ti cambia la vita).

O semplicemente la sensazione che le tue giornate siano diventate tutte uguali.

Cambia il contenuto. Ma non cambia molto il principio.

Supponiamo che tu ti senta solo. “Non voglio essere più solo” non è ancora un piano. È uno stato desiderato. Per trasformarlo in qualcosa su cui puoi agire devi scendere di livello. Che cosa significherebbe concretamente? Avere due persone con cui uscire durante la settimana? Frequentare un ambiente nuovo? Riprendere i rapporti con qualcuno? Fare un’attività di gruppo? Iscriverti a un’associazione? Cominciare uno sport? Organizzare tu qualcosa invece di aspettare che qualcuno venga a bussare alla porta?

Ecco che anche una cosa enorme e apparentemente astratta come la solitudine comincia a generare azioni possibili.

Questo non significa che sia facile. Attenzione. Scomponibile non significa facile. Significa soltanto che esiste almeno un punto da cui puoi cominciare. Ed è una differenza enorme.

Parti dalla fine e torna indietro

C’è un esercizio molto semplice che faccio spesso mentalmente. Stabilisci dove vuoi arrivare. Poi vai all’indietro.

Mettiamo che tra un anno tu voglia avere dieci clienti ricorrenti. Che cosa deve essere vero il mese precedente? E quello prima ancora? E sei mesi prima? Quante persone devono averti conosciuto? Quante devono aver mostrato interesse? Quante devono averti chiesto informazioni? Che cosa devi aver costruito? Una pagina? Un prodotto? Una lista? Una newsletter? Una presenza sui social? Un sistema di acquisizione (leggi “Come nasce un cliente“)?

A forza di tornare indietro, prima o poi arrivi a oggi. E a quel punto appare una domanda molto meno poetica, ma infinitamente più utile: che cazzo devo fare lunedì mattina?

È una bella domanda. Perché “voglio cambiare vita” non sai dove metterla nell’agenda. “Lunedì chiamo tre persone”, sì.

“Voglio trovare l’amore” non entra in Google Calendar. “Giovedì vado a quella cena dove conosco venti persone nuove”, sì.

“Voglio scrivere un libro” fa paura. “Stasera scrivo cinquecento parole” fa già meno paura.

Gli obiettivi diventano interessanti quando smettono di essere frasi e diventano azioni.

E poi ci sono le persone

Qui entra in gioco un’altra idea che trovo affascinante. Avrai sentito parlare dei sei gradi di separazione. L’espressione è diventata famosa grazie anche agli esperimenti sul cosiddetto small world condotti dallo psicologo Stanley Milgram negli anni Sessanta.

L’idea, semplificando parecchio, è questa: persone che sembrano lontanissime tra loro possono essere collegate attraverso catene sorprendentemente brevi di conoscenze.

Io conosco Tizio. Tizio conosce Caio. Caio conosce Sempronio. E continuando così puoi arrivare a qualcuno che, guardando soltanto dal tuo punto di partenza, sembrava vivere su Marte.

Non va presa come una legge divina secondo la quale tra te e qualunque essere umano esistono sempre esattamente sei strette di mano. Ma devi aiutarti a riflettere sul fatto che le distanze che percepiamo spesso sono molto più grandi delle distanze reali.

Prendi una persona apparentemente lontanissima da te. Donald Trump, per dire. Tu probabilmente non conosci Trump. Ma magari conosci qualcuno che conosce un giornalista. Quel giornalista conosce un parlamentare. Quel parlamentare conosce qualcuno che frequenta determinati ambienti internazionali. E improvvisamente quello che sembrava appartenere a un universo parallelo è a pochi nodi di distanza.

Non sto dicendo che domani mattina puoi telefonare a Trump. Sto dicendo un’altra cosa. Tra te e molte delle cose che desideri potrebbero esserci molti meno passaggi di quanti immagini.

Il problema è che tu guardi direttamente il punto A e il punto Z. E dici:

“Impossibile.”

Grazie al cazzo. Tra A e Z ci sono altre ventiquattro lettere.

Non devi sapere tutta la strada

Questa, secondo me, è una delle trappole peggiori. Pensiamo di dover sapere già tutto. Voglio arrivare lì. Quindi devo conoscere esattamente tutti i passaggi che mi porteranno lì.

No.

Devi conoscere abbastanza bene il prossimo. Poi, quando sarai arrivato lì, vedrai cose che da qui non puoi vedere. Incontrerai persone che oggi non conosci. Imparerai cose che oggi non sai. Scoprirai che alcune ipotesi erano sbagliate. Ne troverai altre migliori. Magari cambierai persino obiettivo.

Il percorso non è una linea ferroviaria costruita in anticipo. È più simile a una strada fatta di notte con i fari accesi. Non vedi Roma. Vedi cinquanta metri. Ma cinquanta metri sono sufficienti per continuare a guidare. Poi altri cinquanta. Poi altri cinquanta.

E così vai avanti.

Il vero pericolo non è avere un periodo di merda

Per questo torno all’inizio.

Non preoccuparti troppo se attraversi un periodo in cui produci meno. Sei meno brillante. Hai meno voglia. Ti senti stanco. A volte serve riposo. A volte serve cambiare qualcosa. A volte serve semplicemente aspettare che passi la buriana.

Il punto è che non devi trasformare un periodo povero in una visione povera. Sono cose diverse. Puoi avere tre mesi disastrosi e continuare a pensare: Va bene. Adesso vediamo da dove ricomincio.

Quella frase contiene già qualcosa di prezioso. Contiene un futuro. La visione povera invece dice: È inutile.

E quando decidi che è inutile, non cerchi neanche più il primo gradino.

Quindi, se oggi qualcosa della tua vita non ti piace, fai una cosa molto meno affascinante della motivazione. Prendi un foglio. Scrivi che cosa vuoi. Cerca di renderlo concreto. Poi chiediti: che cosa dovrebbe accadere subito prima perché questa cosa diventi possibile?

Scrivilo.

Poi fai la stessa domanda sul passaggio precedente. E ancora. Vai all’indietro finché non arrivi a un’azione sufficientemente piccola da poter essere fatta. Oggi. Domani. Questa settimana.

Quello è il tuo gradino.

Non devi sentirti invincibile. Non devi vibrare alla frequenza dell’abbondanza. Non devi svegliarti gridando “ce la posso fare” davanti allo specchio.

Devi salire quel gradino. Poi ne cerchi un altro. E un altro ancora.

Magari sono sei. Magari diciassette. Magari centotrentasette. Chi se ne frega. Se quello che vuoi è abbastanza importante, stabilisci la meta, torna indietro, trova il processo e comincia dal primo pezzo sul quale puoi mettere le mani.

Il calo passerà. La voglia tornerà. Ma nel frattempo evita almeno una cosa: non confondere il punto in cui ti trovi con il posto in cui sei destinato a restare.

Sono due cose completamente diverse.

Chiaro, bro?

Carlo D'Angiò

Carlo D'Angiò

Proprietario di questo sito e creatore di Carlissimo Me

19 anni di blogging e infomarketing. Decine di eBook scritti, venduti… e puntualmente scopiazzati da chi non ha più un’idea manco sotto tortura. Corsi che hanno generato milioni, e centinaia di webinar dove ho visto tutto: chi vola, chi si schianta, chi riappare anni dopo dicendo “avevi ragione tu”.

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1 commento

  1. rosanna

    Mamma mia Carlo! Questo articolo è come la scala di corda buttata giù in fondo al pozzo sulla quale puoi arrampicarti per venirne fuori!
    Ma tu hai idea di quanto preziose sono le cose che scrivi? Secondo me lo sa davvero chi si trova la scala di corda tra le mani. Buona vita Carlissimo.

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