A diciotto anni le convinzioni sono le colline da cui ci affacciamo alla vita. A quaranta sono le caverne in cui ci nascondiamo.
FRANCIS SCOTT FITZGERALD
Una volta raggiunti (e superati) i 40 anni succedono alcune cose strane nella nostra mente. Non solo si fa strada la consapevolezza di non essere più tecnicamente “giovani” – sebbene a qualcuno capiti di non riuscire ad ammetterlo –, ma subentra via via qualcosa di molto simile a una specie di crisi irrimediabile: tutto quello in cui abbiamo creduto fino a un momento prima ci appare improvvisamente e completamente diverso.
È quasi paradossale, se ci pensi, perché è veramente breve il lasso di tempo in cui la crisi degli “anta” emerge e si sviluppa fino ad arrivare alla superficie della nostra coscienza.
Del resto, siamo stati 20 anni (o forse più) a fare quello che abbiamo sempre fatto e non ci è mai neanche lontanamente passato per la testa di mettere in discussione il nostro sistema di vita. Siamo andati a scuola, abbiamo sostenuto esami, concorsi, ci siamo impegnati a scrivere curricula e a pagare le tasse. Siamo stati obbedienti e ci siamo convinti che alla fine dei conti poteva anche andare bene così.
Certo, la speranza che un colpo di fortuna potesse darci una vita migliore non mancava. Ma siamo cresciuti in tempi difficili. E ci hanno sempre detto che l’importante è lavorare, anche a costo di qualche sacrificio.
Come nasce un cliente
L’architettura della fiducia — lezione registrata
Monetizzare la musica AI
La voce in Suno
Come usare Suno
Torna a fare la tua musica
Grok AI
Moneyball Infomarketing
Avatar da sei cifre
Siti Web per Consulenti
Poi, però, arrivano i 40 anni. E tutto questo ambaradan di credenze e abitudini comincia a scricchiolare. All’inizio è più come un flusso silenzioso di pensieri latenti. Il benessere, la voglia di riprendere qualche passione sopita, il bisogno di libertà… sono come piccoli, piccolissimi riverberi della mente, voci lontane che cercano di farsi strada nel caos della tua routine e dei tuoi ritmi quotidiani.
Ma tu senti che c’è qualcosa di strano in te. La tua visione del mondo comincia a cambiare. Ti accorgi di essere più sensibile verso determinati argomenti e più disinteressato e insofferente verso tutto ciò che invece appartiene al passato.
Se non succede a 40 anni spaccati, tranquillo, succede a 41 o a 42 o al massimo a 45. Non c’è via di scampo. Quel momento arriva impietoso. E quando arriva, i tuoi pensieri non sono più pensieri latenti e silenziosi: sono certezze assordanti e ingombranti che si trasformano bruscamente in stati di profonda frustrazione e disagio. La crisi emerge e prende il sopravvento. Le certezze crollano. Il sistema comincia a togliere il respiro. E tu senti l’impulso irrefrenabile di dover fare qualcosa, di cambiare.
C’è da dire che non tutti vivono lo stesso tipo di crisi. Le casistiche offrono un ventaglio molto ampio di situazioni diverse:
- c’è chi vuole banalmente guadagnare di più, per avere una casa più grande e più bella e uno stile di vita migliore
- c’è chi vuole una maggiore libertà di tempo e di luogo, perché adora l’idea di lavorare dove e quando gli pare e avere più tempo da dedicare ai figli, alla famiglia e agli amici
- c’è chi desidera rispolverare una vecchia passione e trasformarla nel lavoro della sua vita
- c’è chi semplicemente è stanco di fare sempre le stesse cose e vuole occuparsi di altro, perché ama l’idea di crescere ed evolvere
Ciascuno ha le sue buone ragioni per cambiare. Anche se tutti hanno in comune un solo obiettivo: la felicità.
La crisi dei quarantenni è una crisi di felicità. Ed è una crisi storica, atavica, che ci portiamo dietro da sempre.
Dante Alighieri ne è la prova. La Divina Commedia, infatti, si apre con la famosa frase
«Nel mezzo del cammin di nostra vita mi ritrovai per una selva oscura, ché la dritta via era smarrita».
A metà percorso di vita – che a quei tempi cadeva più o meno sui 30/35 anni di una persona – Dante si accorge di aver perso la bussola. Sente di essere in crisi. E vede tutto nero. Non sa come venirne a capo. Oggi che la vita media delle persone si è allungata quel mezzo del cammin di nostra vita corrisponde ai nostri 40/45 anni.
Niente di nuovo sotto al sole, dunque. È sempre stato così: a metà strada cambia la nostra percezione delle cose del mondo. E se fino a un momento prima potevamo in qualche modo tirare avanti anche con sacrificio, a partire dai 40/45 anni sentiamo il bisogno urgente di recuperare un minimo di felicità.
Potremmo non farlo. E molti sono quelli che vi rinunciano dolorosamente. Ma la sofferenza è grande. E le conseguenze cominciano a diventare sempre più devastanti. Anche perché viviamo in un’era in cui non ci possiamo più permettere di non difendere il nostro diritto alla felicità.
Il sistema è implacabile, crudele, spietato. I rapporti umani viaggiano su frequenze molto superficiali e approssimative. Non c’è spazio per la profondità dei sentimenti. Ed è doloroso. Se non sei tu a prenderti cura del tuo benessere, nessuno lo farà per te.
Allora, è giusto esaminare ciò che la mente ci sottopone nel mezzo del cammin di nostra vita. Abbiamo il diritto di vivere tutta la vita che siamo in grado di vivere e di farlo in ossequio alla nostra naturale propensione alla crescita e allo sviluppo.
La felicità è una condizione della mente, della nostra mente. Possiamo raggiungerla facendo quello che lei ci suggerisce di fare. E se è il cambiamento quello che desidera, apprestiamoci a farlo con intelligenza e solerzia.
Possiamo guadagnare di più lavorando di meno. Possiamo recuperare tempo per stare con i nostri figli o per praticare l’arte del “dolce far niente”. Possiamo diventare delle rockstar nel nostro campo di competenza o ritirarci per sempre in montagna senza per questo smettere di incassare soldi. Possiamo fare quello che ci pare, dove ci pare e con chi ci pare.
La tecnologia e i nuovi mercati ce lo consentono. Ed è sciocco tenersi in disparte per mera pigrizia o diffidenza. È sciocca la pigrizia in quanto espressione deplorevole della negligenza: rappresenta ciò da cui vuole difendersi la tua stessa mente, perché il suo disagio e la sua frustrazione nascono proprio dalle tue passate debolezze. È sciocca la diffidenza, perché appartiene a uomini soli e vigliacchi. E la felicità non cresce nella solitudine e nella paura.
La vita per i pigri e per i diffidenti non è vita, bensì una morte costante.


Per me la felicità è quel sentimento di soddisfazione, completezza, leggerezza e sensazione che ti fa sentire fortunato e benedetto ed è conseguente a una serie di azioni che possiamo definire “viaggio verso la meta”. Programmare una gita, organizzare una festa, porre le basi per una nuova attività.
L’ azione del “costruire” è il “nocciolo della questione”. Coloro che non hanno obbiettivi trascorrono passivamente la vita senza mai avere soddisfazioni che li gratifichino.
La felicità è quello stato d’animo che ha bisogno di essere nutrito costantemente con nuove mete per essere sempre mantenuto.
Per essere felici dobbiamo sempre fare in modo di motivarci. La ricerca di nuovi interessi potrebbe già essere l’inizio di un nuovo “viaggio verso la meta” .
Buona vita Carlo.