Avatar AI

Perché uso un avatar nei miei video (e perché continuerò a farlo)

Un lettore mi ha chiesto perché abbia scelto un avatar al posto della telecamera. La risposta parla molto meno di tecnologia e molto più di tempo, famiglia, lavoro e qualità della vita.

Carlo D'Angiò · 5 Ago 2026 · 6 min di lettura

Qualche giorno fa ho pubblicato un video con il mio avatar sul profilo Facebook. È lo stesso che trovi in alto nella home page del mio sito. Lo ripropongo qui sotto:

In realtà non è una novità. Da tempo utilizzo il mio avatar anche su TikTok e sul canale YouTube Carlo AI, che nasce proprio per sperimentare e raccontare l’intelligenza artificiale.

Ieri, però, è arrivata una domanda che sapevo sarebbe arrivata prima o poi. Un vecchio amico e lettore, Salvatore, ha scritto questo commento:

Caro Carlo, intanto ti inoltro un grande abbraccio. Ho una domanda probabilmente off topic. Come mai la scelta dell’utilizzo di un’immagine virtuale di te? Personalmente ti ritengo totalmente abile e capace, gradevolissimo nei tuoi contenuti audiovisivi. Non capisco questa scelta e penso sia il pensiero di tanti.

Lo ringrazio davvero per avermela fatta. Perché probabilmente se lo stanno chiedendo anche altre persone. E allora provo a spiegare le ragioni della mia scelta.

Prima di tutto: quell’avatar sono io

Partiamo da una precisazione. L’avatar che vedete non è un personaggio inventato. Sono io. Magari con qualche ruga in meno e una versione leggermente più “riposata”, ma sempre io. Anche la voce è la mia. Non è una voce sintetica generata dall’intelligenza artificiale.

Quando realizzo un video, accendo il microfono, registro normalmente il mio intervento e lo carico in Heygen, che sincronizza il labiale dell’avatar con la mia registrazione.

I testi sono scritti da me. Le idee sono mie. La voce è mia. L’unica cosa che cambia è l’immagine che compare sullo schermo.

Ed è proprio qui che nasce la domanda.

Perché?

La risposta breve

La risposta breve è questa: per comodità. O, se preferite, per una forma di pigrizia. Ma non della pigrizia di chi non ha voglia di lavorare. Piuttosto quella di chi, a un certo punto della vita, sceglie con attenzione dove spendere le proprie energie.

La risposta lunga

Per molti anni ho avuto uno studio dedicato alle riprese. Prima a Mondragone. Poi a Gualdo Tadino. Una stanza tutta mia dove reflex, cavalletto, luci, microfoni e cavi rimanevano sempre pronti.

Entravo.

Accendevo.

Registravo.

Fine.

Da quando ci siamo trasferiti sulle colline di Gubbio, invece, non ho più ricreato quello studio. Può sembrare strano, considerando che vivo in quello che un tempo era un agriturismo, con spazi sicuramente più grandi della casa precedente. Eppure è andata così.

Oggi la mia postazione di lavoro è nel grande salone di casa. È il luogo dove lavora tutta la famiglia, dove si vive, dove si chiacchiera, dove passano le giornate. Quando faccio consulenza o tengo le call con i clienti, tutti sono gentilissimi e mi lasciano lavorare in tranquillità. Ma finite le call, quel salone torna semplicemente a essere il salone di casa.

Nel frattempo conviviamo con cinque gatti e, da poco, con Ginny, una cucciola di Labrador che considera tutti i cavi del computer un passatempo estremamente interessante.

A questo aggiungete lavatrici, lavastoviglie, i trattori che lavorano i campi vicini, i cacciatori durante la stagione venatoria… Insomma, registrare un video non significa semplicemente premere REC. Significa montare tutto. Aspettare il momento giusto. Sperare che non parta un rumore proprio nel mezzo della registrazione. Registrare. Controllare. E poi smontare tutto e rimetterlo al sicuro.

Ogni singola volta.

La vera alternativa

Qualcuno potrebbe pensare: “Va bene, è un po’ più scomodo. Ma puoi comunque farlo”.

Sì. Potrei. Ma c’è una differenza importante. Prima di Heygen, semplicemente avevo quasi smesso di fare video. Non perché non mi piacessero. Perché il costo, in termini di tempo ed energie, era diventato troppo alto.

Io lavoro soprattutto di notte. Dormo la mattina. Nel pomeriggio seguo i clienti. E quando finisco, molto spesso salgo in macchina con mia moglie e andiamo a fare una passeggiata, a prendere un caffè o semplicemente a goderci un po’ delle colline umbre.

È una scelta di vita che oggi considero preziosa.

L’avatar mi permette di non rinunciare ai video senza dover sacrificare tutto il resto. Registro la voce in pochi minuti. La carico. Attendo la generazione.

Fine.

Niente luci. Niente reflex. Niente editing. Niente ore passate davanti al computer.

Ma allora non comparirai più nei video?

No. Questa è forse la cosa più importante. Continuo a comparire personalmente in tutti i webinar che organizzo. Come quello che terrò il 31 agosto su “L’architettura della fiducia – Il sistema per trasformare uno sconosciuto in un cliente ad alto valore“.

Lì ci sono io. In diretta. Come sono sempre stato. Perché il webinar non richiede tutto il lavoro di preparazione e montaggio che richiede un video registrato. Accendo la telecamera. Parlo. Finisce lì. Senza ore di post-produzione.

Ed è una modalità che continuo ad apprezzare moltissimo.

C’è anche un’altra ragione

Anche se per me è decisamente secondaria. L’intelligenza artificiale è parte di ciò che insegno. Mi sembra corretto utilizzare personalmente gli strumenti di cui parlo. Solo così posso raccontarne pregi, limiti e difficoltà con cognizione di causa. Non mi piace insegnare qualcosa che conosco soltanto in teoria.

Ma, ripeto, questo non è il motivo principale.

In fondo, cosa cambia davvero?

Forse questa è la domanda più interessante. Perché se ci pensiamo bene, nei miei video continuano a esserci le stesse idee. Gli stessi ragionamenti. Lo stesso modo di raccontare. La stessa voce. Lo stesso Carlo. È cambiato soltanto il modo in cui quel contenuto arriva sullo schermo.

Per questo, almeno per ora, continuerò a usare l’avatar. Non per nascondermi. Non perché non abbia voglia di metterci la faccia. Ma perché mi permette di continuare a fare ciò che conta davvero: condividere idee, esperienze e contenuti, senza trasformare ogni video in una piccola produzione cinematografica.

E, tutto sommato, credo che il valore di un messaggio dipenda molto più da ciò che viene detto che dal modo in cui compare davanti alla telecamera.

PS. Grazie davvero, Salvatore, per aver fatto una domanda che probabilmente apparteneva anche a molti altri. Alla fine, il bello della rete è proprio questo: una curiosità sincera può diventare l’occasione per raccontarsi un po’ di più. E tranquillo: ogni tanto continuerai a vedere anche il Carlo “originale”. L’avatar, dopotutto, è soltanto un collega che mi dà una mano.

Carlo D'Angiò

Carlo D'Angiò

Proprietario di questo sito e creatore di Carlissimo Me

19 anni di blogging e infomarketing. Decine di eBook scritti, venduti… e puntualmente scopiazzati da chi non ha più un’idea manco sotto tortura. Corsi che hanno generato milioni, e centinaia di webinar dove ho visto tutto: chi vola, chi si schianta, chi riappare anni dopo dicendo “avevi ragione tu”.

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