Venerdì pomeriggio ho impiegato un’ora e tredici minuti per spedire un’email. Non per scriverla: per spedirla. Scriverla sarebbe stato facile, bastavano trenta secondi e un’intelligenza artificiale sufficientemente adulatrice da trovarla anche bellissima. Il problema era convincere Google che quell’email non fosse stata scritta da un trafficante di organi in una cantina della Moldavia.
Avevo un computer, una connessione Internet, una cliente dall’altra parte dello schermo e ChatGPT. Soprattutto ChatGPT: un’intelligenza artificiale capace di discutere di fisica quantistica, spiegare Aristotele, scrivere programmi informatici e probabilmente progettare un razzo per raggiungere Marte. E noi stavamo combattendo con un’email. Non una comunicazione segreta del Pentagono, ma una normalissima email automatica che doveva avvisare la mia cliente dell’arrivo di un ordine e che invece finiva inesorabilmente nello spam.
Benvenuti nell’era della conoscenza universale
Un tempo, quando non sapevi fare qualcosa, chiamavi qualcuno che la sapesse fare. Era un sistema rozzo, costoso, medievale, che prevedeva addirittura che un essere umano pagasse un altro essere umano per le sue competenze. Poi è arrivata l’intelligenza artificiale e finalmente tutti possiamo fare tutto.
Vuoi costruire un sito? Chiedi a ChatGPT. Vuoi programmare un’applicazione? Chiedi a ChatGPT. Vuoi configurare Google Workspace, autenticare un dominio e collegare WordPress alle API di Gmail? Chiedi a ChatGPT. Facile.
Infatti abbiamo cominciato chiedendo a ChatGPT, che ci ha annunciato che il problema era perfettamente risolvibile. Bastava controllare i DNS, verificare SPF e DKIM, installare Fluent SMTP, collegare Google Workspace, creare un progetto su Google Cloud e configurare le autorizzazioni. Una cazzata.
L’intelligenza artificiale e la porta murata
A un certo punto Google ci ha comunicato che non avevamo il permesso di creare un progetto. ChatGPT ci ha suggerito di verificare il ruolo dell’amministratore e abbiamo verificato: la mia cliente era superamministratrice. Super, non semplice amministratrice: un titolo che dovrebbe consentirti almeno di requisire un piccolo principato. Invece non potevamo creare un progetto.
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Perché? Perché essere superamministratori di Google Workspace non significa avere automaticamente i permessi necessari su Google Cloud. Una distinzione perfettamente logica, immagino, per qualcuno che trascorre le vacanze leggendo manuali di autenticazione, ma per noi era una porta murata.
Abbiamo chiesto nuovamente a ChatGPT e abbiamo scoperto che esisteva un’organizzazione, che quell’organizzazione aveva delle autorizzazioni e che serviva assegnare un ruolo chiamato Project Creator. Una volta fatto, la porta si è aperta, ma dietro c’era un corridoio e in fondo al corridoio, naturalmente, un’altra porta.
La domanda che nessuno aveva fatto
A quel punto la mia cliente, comprensibilmente provata, ha pronunciato una frase che valeva l’intera giornata: «Ma come fa una persona normale a sapere tutte queste cose?».
Bella domanda, perché esiste una differenza enorme tra conoscere una risposta e sapere quale domanda fare. Prima di incontrare il problema dei permessi non avevamo motivo di chiedere informazioni sul ruolo Project Creator, e prima di scoprire l’organizzazione non sapevamo nemmeno che dovessimo occuparcene. Ogni soluzione faceva comparire un nuovo problema, ogni problema generava una nuova domanda e ogni domanda apriva un’altra stanza di questo gigantesco condominio amministrato da Google.
Ora, qualcuno potrebbe obiettare che basta spiegare all’intelligenza artificiale il risultato desiderato e chiederle di guidarci. È vero, ed è esattamente quello che stavamo facendo. Ma un percorso descritto in anticipo non contiene necessariamente tutti gli ostacoli che incontrerai percorrendolo: la mappa non è il territorio, e Google Cloud, evidentemente, è stato progettato da un geografo particolarmente vendicativo.
Il problema del maggiordomo geniale
Qualche ora prima avevo sottoposto la homepage del mio sito a uno strumento di valutazione e il risultato era stato di ottanta punti su cento. Niente male. Ho mostrato le osservazioni a ChatGPT, che mi ha consigliato di aggiungere alcune fotografie e testimonianze. Peccato che, durante una precedente revisione, fosse stato proprio ChatGPT a suggerirmi di eliminarle.
Gliel’ho fatto notare e mi ha dato ragione. Una qualità ammirevole, se non fosse che aveva dato ragione anche al consiglio precedente. È come assumere un maggiordomo intelligentissimo che il lunedì ti suggerisce di buttare il divano e il martedì ti rimprovera perché non hai un posto dove sederti.
Ecco perché la capacità di valutare le risposte continua a essere importante. Non perché l’intelligenza artificiale sia stupida (al contrario), ma perché è proprio quando produce risposte convincenti che dobbiamo imparare a riconoscere quelle sbagliate, incomplete o semplicemente inadatte.
Il futuro non appartiene a chi conosce più risposte
Per molto tempo abbiamo pagato gli esperti perché possedevano conoscenze che noi non avevamo. Oggi una quantità impressionante di quelle conoscenze è accessibile a tutti, ed è una rivoluzione meravigliosa. Ma non significa che conoscere e saper fare siano diventati sinonimi. Significa, semmai, che il valore della competenza si sta spostando verso la capacità di individuare i problemi, formulare ipotesi, verificare risultati, riconoscere contraddizioni e decidere quando cambiare strada.
Perché una risposta può essere tecnicamente corretta e completamente inutile: può risolvere il problema sbagliato, funzionare oggi e creare un disastro domani, oppure essere perfetta a patto che tu sappia già dieci cose che non sai. E allora forse il professionista del futuro non sarà quello che possiede tutte le risposte, ma quello che sa cosa farne.
Alla fine della nostra piccola odissea abbiamo attraversato un discreto numero di schermate, configurazioni e autorizzazioni per una semplice email. E ho pensato che forse dovremmo smettere di domandarci se l’intelligenza artificiale sostituirà gli esperti.
La domanda interessante è un’altra: quando tutti avranno accesso alle stesse risposte, chi saprà riconoscere quelle di cui abbiamo davvero bisogno?


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