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Che cos’è l’EEAT di Google e cosa cambia per la SEO

Analisi dei suoi pilastri con qualche nota personale sulle incongruenze di Google.

Carlo D'Angiò · 31 Ago 2024 · 5 min di lettura

Per chi si occupa di blogging, il traffico organico (gratuito) che arriva da Google è vitale. E tutto ciò che è vitale merita una particolare attenzione. Ecco perché oggi dobbiamo cercare di capire che cos’è l’EEAT di Google e cosa cambia per la SEO.

EEAT è l’acronimo di Experience, Expertise, Authoritativeness, Trustworthiness, e cioè Esperienza, Competenza, Autorevolezza e Affidabilità. Essenzialmente, rappresenta il metodo utilizzato da Google per assicurarsi che i contenuti mostrati nelle ricerche siano rilevanti, utili e affidabili.

Nota personale: credo che il primo ad avere bisogno di rafforzare la propria credibilità e affidabilità sia proprio Google, che negli ultimi anni ha trasformato il suo motore di ricerca nel più grande e imbarazzante registro delle censura che la storia abbia mai conosciuto. Esistono temi su cui è quasi impossibile trovare informazioni significative. Pare che l’algoritmo, adeguatamente programmato, applichi costantemente un filtro per limitare la diffusione di certe informazioni. E questo è veramente preoccupante.

A cosa serve EEAT

Evidentemente, a migliorare i risultati di ricerca, visto che, oltre all’inappropriata censura che ancora guida l’algoritmo, la stragrande maggioranza dei primi risultati di ricerca sono contenuti pensati e scritti esclusivamente per la SEO.

Cosa vuol dire?

Vuol dire niente di utile sotto al sole: una specie di minestra scaldata che ci viene propinata da dozzine di siti e blog che su una medesima keyword dicono tutti la stessa cosa, anche se con parole diverse.

Chi ha creato questa palude della mediocrità? Google con le sue regole. Chi altro?

Dovrebbe essere frustrante per dirigenti di Mountain View riflettere su come, nonostante anni di innovazioni, brainstorming intensi, e analisi dettagliate, la grande promessa dell’ottimizzazione per i motori di ricerca sembri aver prodotto un mare di mediocrità. Ci aspettavamo di più dai talenti informatici che guidano i team di Google. Eppure, questa è la situazione oggi: un panorama in cui i primi risultati spesso appaiono come versioni ripetitive e poco illuminanti della stessa informazione, inutile e per niente originale.

Ma cerchiamo di capire meglio il senso delle parole che compongono l’acronimo EEAT.

I quattro pilastri che formano l’acronimo E-E-A-T

Il criterio “Esperienza” verifica se l’autore ha conoscenze dirette dell’argomento trattato, offrendo una visione personale e dettagliata.

“Competenza” analizza quanto l’autore sia informato nel suo campo, sottolineando la sua padronanza dell’argomento.

“Autorevolezza” valuta la credibilità del sito o dell’autore, basandosi su riconoscimenti e riferimenti da fonti autorevoli.

“Affidabilità” si concentra sull’accuratezza e l’integrità del contenuto, verificando che le informazioni siano corroborate da fonti attendibili e contribuendo a costruire la fiducia degli utenti.

Questo framework è descritto nelle linee guida per i quality raters di Google, che utilizzano EEAT per determinare se i contenuti mostrati nei risultati di ricerca siano appropriati e di qualità. Anche se EEAT non incide direttamente sul ranking delle pagine, esso influisce sulla visibilità dei contenuti nei risultati di ricerca (SERP), privilegiando quelli che mostrano forti indicatori di EEAT.

Il concetto della fiducia

EEAT non va visto come un elemento aggiuntivo da applicare meccanicamente ai contenuti web, ma piuttosto come un concetto che si sviluppa e si rafforza attraverso varie strategie, aiutando a produrre contenuti che soddisfano le esigenze degli utenti, ma che stabiliscono anche un rapporto di fiducia duraturo con i visitatori del sito.

Come implementare l’EEAT sul tuo sito

L’approfondimento fornito da Jessie Willms e Shelby Blackley ci offre una guida dettagliata per applicare i quattro pilastri dell’EEAT praticamente sul nostro sito e nei contenuti che produciamo.

Teoricamente, un contenuto che manifesta un alto livello di EEAT è ben fondato e preciso, redatto da autori che sono esperti nei loro settori. Ciò ci incoraggia a scrivere con chiarezza e accuratezza, evitando di cadere nell’uso eccessivo di tecnicismi poco chiari ai lettori o di un linguaggio troppo colloquiale; inoltre, dovremmo concentrarci sul migliorare l’autorevolezza e trasmettere segnali di fiducia chiari, comprendendo chiaramente chi è il nostro pubblico e ricordando di rivolgerci direttamente a loro.

Tuttavia, è importante non attribuire un valore troppo “tangibile” all’EEAT: pur essendo un concetto cruciale, non agisce da solo come una panacea per ottenere una migliore posizione nei risultati di ricerca, dato che non esiste un “punteggio EEAT” specifico, come spesso sottolineato dai Googler.

In realtà, produrre contenuti che rispettano gli standard EEAT significa creare materiale che istruisce e coinvolge il pubblico, incrementando così la fiducia e l’autorevolezza del sito, il che a sua volta migliora la visibilità organica.

Ciò implica investire in aspetti come la ricerca e l’inclusione di informazioni corrette e aggiornate, la trasparenza nell’origine e nell’attribuzione delle fonti, il rafforzamento della competenza e delle credenziali degli autori, nonché la cura di elementi tecnici come un design e una navigazione del sito intuitivi e una infrastruttura web sicura e accessibile.

Questi sono, infatti, alcuni dei principali fattori di ranking di Google che permettono ai siti web di inviare segnali forti agli utenti e ai motori di ricerca sulla qualità e affidabilità dei loro contenuti.

Conclusioni

Scopo nobile. Framework apprezzabile. Tuttavia, finché Google continua a censurare i contenuti, lasciando che la politica modelli gli standard del suo motore di ricerca, non possiamo realmente parlare di innovazione. Al massimo, possiamo fare finta di parlarne.

Carlo D'Angiò

Carlo D'Angiò

Proprietario di questo sito e creatore di Carlissimo Me

19 anni di blogging e infomarketing. Decine di eBook scritti, venduti… e puntualmente scopiazzati da chi non ha più un’idea manco sotto tortura. Corsi che hanno generato milioni, e centinaia di webinar dove ho visto tutto: chi vola, chi si schianta, chi riappare anni dopo dicendo “avevi ragione tu”.

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