Ero alle prese con i miei lavori di bricolage. In quel periodo stavo lavorando al bar di casa, ma avevo in cantiere anche un paio di tavolini.
I miei figli, poco tempo prima, mi avevano regalato una sega circolare che avevo posizionato nel locale tecnico della casa. Per accedere al locale tecnico, devi uscire di casa ed entrare in un altro ambiente.
Per questo, andavo avanti e indietro quel giorno. Prendevo le misure, uscivo, tagliavo, e tornavo in salotto per aggiungere pezzi al mio bar.
Nonostante fuori, nel mondo, ovunque, tutti vaneggiavano per il covid e per i vaccini, facendo sfoggio della peggiore ipocondria mista a cattiveria che si sia mai vista da quando l’uomo è organizzato in tribù, le mie giornate scorrevano gioiose nella mia tenuta in collina, alle prese con mille faccende da portare avanti che – quantunque faticose – mi tenevano impegnato nello svolgimento di compiti e attività che amo esercitare, sia per le cose belle che ne derivano, sia per lo stato di benessere mentale che mi inducono.
La porta di servizio dietro di me la chiudevo con un gesto automatico del piede, imprimendole la giusta spinta per accostarla al battente, di modo che io potessi rimanere concentrato sul taglio da realizzare o sulla misurazione del pezzo.
Quando lavoro il legno è così: occhiali che pendono sul naso, matita sull’orecchio, fronte imperlata di sudore, passo svelto, concentrazione a mille.
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La porta si chiuse. Stavo per entrare in salotto. Ma c’era qualcosa qualcosa di strano nell’aria. Mia moglie mi informò che aveva appena parlato al telefono con mia sorella a Mondragone (noi siamo a Gubbio): mia madre non si sentiva bene.
“Dice che ha un’oppressione al petto e un po’ di febbre”, aggiunse mia moglie.
Era martedì 26 ottobre di pomeriggio.
“Chiamala in video, fammela vedere”.
“Mamma, come stai?”.
“Non riesco a respirare, Carlo. Mi sento un’oppressione qui”, indicò il petto.
“Avrai preso un colpo d’aria, mannaggia a te che vai sempre giù in cortile tutta sbracciata e scoperta”, facevo finta di redarguirla perché non sapevo cosa pensare. Prendevo tempo per ragionare. Mia sorella, pure lei, la prendeva in giro, perché in effetti a nostra madre, talvolta, piaceva attirare l’attenzione con i suoi acciacchi. Ma credo che, come me, anche lei stesse prendendo tempo per capire.
Eravamo preoccupati, ma si cercava di sdrammatizzare. Il pensiero di noi tutti, anche se nessuno osava dirlo, andava al covid. Tuttavia, le preoccupazioni non riguardavano tanto la malattia in sé.
Siamo tra le persone più informate sull’argomento, e sapevamo già che, nel caso, potevamo ricorrere alle cure domiciliari. Noi stessi, quando è successo, ci siamo curati in casa. Io personalmente ho usato mezza bustina d’OKI e niente più.
Le preoccupazione riguardavano invece il “come” portare quelle cure a casa di mia madre. Noi a Gubbio, lei a Mondragone.
Da premettere che mia madre non era vaccinata. Era fermamente contraria a questo ignobile farmaco. Nella sua semplicità è sempre stata una grande Donna. Da premettere ancora che il medico di famiglia, per tale inaudita ragione, si rifiutò di andarla a visitare, rimarcando invece la necessità, dal suo inutile punto di vista, di una immediata somministrazione delle dosi vaccinali. In quel caso, invece, se mia madre avesse acconsentito, si sarebbe precipitato a casa per inocularle il siero.
Evviva il giuramento d’Ippocrate.
L’episodio con il medico di famiglia, il suo rifiuto di visitarla, e la sua ottusa insistenza per il vaccino, creò esattamente i presupposti della mia preoccupazione che, come dicevo, non riguardava la malattia in sé, ma il “come” curarla, visto il contesto ostile di terrore, ipocondria e stupidità sanitaria diffusa ampiamente non solo tra i medici, il che è tutto dire, ma tra chiunque, amici, familiari, vicini di casa etc.
Nel frattempo, mia moglie era al telefono nel tentativo di riuscire a contattare quelli delle cure domiciliari. O quantomeno ci provava, perché in effetti non ci rispose proprio nessuno. Né per telefono, né per email, né per whatsapp.
Sono certo che hanno salvato decine di migliaia di persone. Lo so che è così. E li ringrazio per aver sollevato, nei limiti del possibile, l’onore oramai perso di una categoria, quella dei medici, completamente e storicamente devastata dalla corruzione, dalla cialtroneria, dall’ignavia e dall’ignoranza. Ma quel giorno, sarà stato il destino, nessuno di loro rispose alle nostre numerose chiamate.
Il tempo passava in modo pesante e infruttifero. Era come se il mondo si fosse fermato in un limbo melmoso di paura. Non c’era più nessuno, tranne gli avvoltoi del sistema, quelli che se non sei vaccinato meriti di morire, i quali evidentemente erano pronti in qualsiasi momento per iniettare il siero, ma giammai per visitare mia madre e darle l’aiuto di cui aveva realmente bisogno.
Il giorno dopo, il 27 ottobre, le condizioni di mia madre peggiorarono. Mia sorella da Mondragone e mia moglie qui da Gubbio erano costantemente al telefono.
Non sapevamo cosa fare. Il medico di famiglia continuava a rifiutarsi di visitarla. Neanche rispondeva più al telefono.
E così Dio ci mise di fronte al suo e al nostro destino. Il tempo era finito. Anche se non lo avevamo ancora compreso.
Il telefono fu passato a me. “Mamma, come dobbiamo fare?”.
Lei capì. E disse “no, non ci vado in ambulanza”. E se ne andò in camera sua.
C’era qualcosa di strano in quel suo malessere, qualcosa che andava oltre l’influenza. Troppo rapidi i peggioramenti. E noi, abbandonati dal medico di famiglia, emarginati dalla società per avere scelto liberamente di non sottoporci al siero sperimentale, ma consapevoli che l’ambulanza in quel periodo non l’avrebbe mai più riportata indietro, eravamo combattuti sulle decisioni da prendere.
L’ambulanza fu chiamata lo stesso. Non potevamo rimanere inerti di fronte al suo malessere crescente. Ma non arrivò in tempo.
Mia sorella mi ha poi raccontato, mezz’ora più tardi, che mia madre era andata a prepararsi da sola. Lo aveva capito prima di noi. Forse, lo sapeva già. E anche questa volta, la sua dignità, il suo decoro, la sua antica fierezza, le hanno indicato l’unica strada possibile, sebbene fosse quella da cui non si torna più indietro.
Mentre si abbottonava la camicetta, parlò con qualcuno di invisibile nella stanza. Era di spalle – disse mia sorella – mentre proferì queste parole:
Quattro, tre, due, uno… sono pronta, andiamo.
E morì… esattamente alla fine del suo countdown.
Mia madre è morta il 27 ottobre 2021 di INFARTO, come certificato dal medico dell’ambulanza che arrivò pochi minuti più tardi.

Il covid non aveva nulla a che vedere con quell’oppressione. Ma il medico, gli amici, i familiari, i conoscenti, il mondo intero, tutti l’hanno emarginata, abbandonata e giudicata perché aveva deciso liberamente e con la saggezza di una donna di altri tempi di non farsi inoculare quel veleno micidiale che oggi è causa acclarata di milioni di decessi.
Ricostruendo il tutto nelle settimane successive, pare che mia madre probabilmente si portava dietro questo infarto già da molto tempo, anche se non diceva niente a nessuno.
E ora a te, mammà
Solo oggi, con grande e immutato dolore, a un anno esatto dalla tua morte, trovo le forze per ripercorre tutto questo e raccontare al mondo quello che ti hanno fatto.
Ti hanno abbandonato. Il medico di famiglia per prima. Se solo avesse risposto al telefono ogni volta che è stato chiamato, se solo ti avesse visitata…
A seguire lo Stato, le istituzioni, la sanità. E poi ancora gli amici, i parenti, i vicini di casa, tutti patologicamente ossessionati dal covid e dal vaccino, resi meschini da una narrazione falsa e criminale, ipnotizzati dal mainstream, incattiviti da una logica disumana e incredibilmente stupida che impedisce loro persino di osservare e di ragionare sull’evidenza.
Ti hanno lasciato morire. E ti hanno portato via nel modo più indegno. Non lo dimenticherò mai. Nessun figlio potrebbe mai dimenticare il carico di cattiveria e stupidità praticato in modo fatale ai danni della propria madre.
Non lo meritavi, mamma. Una donna come te, una mamma come te, non lo meritava.
Penso che tutto quello in cui abbiamo creduto, tutto quello che tu mi hai insegnato, prendendoti cura delle persone più deboli, offrendo aiuto persino ai derelitti, agli emarginati, ai malati di ogni sorta, quelli di cui nessuno aveva il coraggio di prendersi cura, lavandoli, vestendoli, offrendo loro del cibo o del conforto, perdonando le persone che ti hanno fatto del male (e te ne hanno fatto tanto di male), adempiendo a tutti quei doveri che hai sempre osservato con cristiana devozione e spirito di sacrificio… non è servito. Non è servito a smuovere una sola anima, un solo cuore umano per dare a te, Marisella, come ti conoscevano in paese, l’onore delle armi, l’onore della vita, l’onore della morte.
Non è servito neanche che il medico dell’ambulanza certificasse la causa del tuo decesso per porre fine alle idiozie e alle menzogne che con smisurata pazienza stanno sopportando i miei fratelli e mio padre giù al paese da un anno a questa parte.
Penso anche al fatto che io sono qui, lontano da quei piccoli uomini e da quelle piccole donne a cui forse qualcuno dovrebbe ricordare ogni tanto l’imbarazzante spettacolo di perversione e immoralità che promana dalle loro vite malate e ripugnanti, sottolineando il fatto però che erano malate e ripugnanti prima ancora che la pandemenza facesse emergere il loro profilo peggiore.
Dovrebbero vergognarsi, se ne avessero il tempo, visto che stanno morendo uno dietro l’altro di malattie improvvise e fulminanti.
Ed è per questo che neanche riesco a odiarli. Non si odiano le latrine o i vespasiani. Se puzzano, al massimo, si tengono lontani.
Ora, so che sei felice. Lo so perché oramai sei apparsa ovunque, nei sogni come nella realtà, mostrandoti in forme diverse. Da me sei venuta nel corpo di una colomba, e mi hai tenuto compagnia per alcuni giorni.
So anche che hai molto da fare nel luogo in cui ti trovi adesso. Altro che “riposa in pace”, vero?
Sappi che ti voglio bene, mamma. Ti vogliamo bene tutti. Parliamo spesso di te, di nonna Giò. E non avercela con me se qualche volta di notte ancora piango per te. Del resto, è passato solo un anno. Cerca di capire. So che non ti fa piacere. Ma qui è davvero dura.
Comunque, voglio dirti che hai reso la nostra famiglia ancora più forte, ancora più famiglia. La tua scomparsa improvvisa ci ha insegnato tanto, e ci ha fatto crescere.
Ultime due cose: manda qualche numero a papà, così lui se li gioca, vince, e fa dei bei regali ai suoi nipoti, ai tuoi nipoti. E non dimenticare di abbracciare Rovigio per me. Digli che mi manca un casino e che è sempre il più bello di tutti.
Ciao Mamma.



Un abbraccio grande a tutti voi. Sei una persona speciale. Hai fatto bene a raccontare questa storia. La mamma è sempre la mamma. Purtroppo la stupidità umana ha mostrato il suo volto e non sono bastati secoli all’essere umano per migliorare perché seppur sembra che viva meglio la mediocrità è peggiore e quindi non un un’evoluzione ma un un’involuzione.
Nonostante tutto una storia bellissima.
Una donna fiera, decisa, incorruttibile, quelle donne di una volta, eroine del loro tempo.
Ricordo benissimo il tuo racconto, era il periodo nel quale avevo maturato le stesse vostre scelte.
Passavo giorni e notti a studiare corsi, avevo lasciato il lavoro e un manipolo di pazzi scatenati che ogni giorno mi inoculavano veleno di scemenze con le loro idiozie sul siero salvifico benedetto.
Non ho mai ceduto, ogni mia cellula mi ripeteva che non voleva niente di tutto quello, ogni mia cellula mi gridava che tutto questo era una follia.
Mi sono ascoltata.
Una di quelle notti ero rimasta sveglia mentre raccontavi della tua mamma.
E da quella sera non ti ho più lasciato.
Un forte abbraccio a te e alla tua famiglia, riposa in pace alla tua mamma.
Un abbraccio Carlo, siamo su una zattera in mezzo al mare, teniamoci forte. Grazie per tutto quanto fai per noi
Un abbraccio forte qmico mio! ❤️
So bene cosa si prova a perdere un genitore e so che è normale piangere di notte.
Hai fatto bene q scrivere questa storia, credo sia terapeutico… E mamma ha sicuramente apprezzato.
Non sprecare energia odiando il sistema… Sai che ti comprendo bene, perché vedo la stessa stupidità nei comportamenti del medico di famiglia e degli altri… Ma l’anima di mamma ha deciso lei di andarsene in quel momento e con quelle modalità.
Quindi va bene così… L’accettazione ti renderà più leggero e libero… Come una colomba 😊
Chissà che non volesse dirti questo, prendendo le sembianze di Grugru😊
Ti abbraccio forte, caro mio!
🙏🙏🙏❤️AHO!❤️🙏🙏🙏