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Gli italiani? ChatGPT: “ci sono limiti culturali e linguistici”. Ma è una buona notizia

Carlo D'Angiò · 15 Feb 2023 · 4 min di lettura

Siamo nel 2023. Sono passati 16 anni dai miei primi passi nel business online. A quei tempi, nel 2007, ero davvero alle prime armi con queste cose del web. Non sapevo fare proprio nulla. Ed ero costretto a mendicare favori su favori agli amici smanettoni, i quali ovviamente non sempre erano disponibili. Ma io non mollavo la presa, perché avevo ben compreso che qui, nel web, c’era il mio futuro.

Dopo 6 mesi, infatti, avevo incassato 20 mila euro online grazie a un eBook che vendetti tramite il mio primo blog. Meraviglioso.

Provai a raccontarlo ai miei colleghi che erano da poco diventati ex colleghi – poiché, visti i risultati, decisi di abbandonare la mia carriera di consulente del lavoro, cancellandomi dall’ordine professionale –, ma mi mandarono a cagare con una sonora risata. 

Provai a dirlo ad altre persone, amici, parenti, imprenditori che conoscevo per via del mio vecchio lavoro. Stessa reazione dei consulenti: risatina, occhi roteanti e sguardo impietosito, come se io fossi uscito di senno.

Devo ammettere che dopo un po’ mi stancai di provare a raccontare ciò che di bello stavo vivendo. Così, quando qualcuno mi chiedeva quale fosse il mio lavoro, rispondevo quasi sempre in maniera evasiva, e se insisteva, sfoggiavo qualche risposta laconica e inquietante, del tipo “spaccio!”.

Qualcuno rideva, “dai non scherzare”. Qualcun altro, invece, non rideva. E smetteva di parlarmi.

Siamo nel 2023, sono passati 16 anni. Ed io continuo a vivere dignitosamente con il mio blog e a mantenere una famiglia numerosa e tre figli che studiano, due all’università. 

Aggiungerei di aver raggiunto anche qualche risultato interessante di libertà che 16 anni fa neanche lontanamente immaginavo di raggiungere.

Non sono rose e fiori. Ho alternato periodi di grande benessere ad altri più difficili e impegnativi. Ma sono sempre qua, nel salotto di casa mia a scrivere articoli come questo che portano gente sui miei corsi o sulle mie consulenze.

Possiamo dunque dire che il blog è una cosa seria? Oppure, dobbiamo continuare a riderci sopra?

Lo chiedo, perché a me sembra che il ventennio sia passato solo per pochi. La massa continua a vivere nel 2007. Forse, anche più indietro.

Stanotte ne ho avuto l’ennesima conferma.

Ero intento a leggere studi e analisi per le mie ricerche di approfondimento su alcuni temi che intendo portare al centro del mio nuovo corso “Bloggare per vivere”, quando mi sono imbattuto in un tutorial molto interessante in lingua inglese su come rendere virale un post su Pinterest.

Ho notato che c’erano molti commenti, per lo più di gratitudine verso l’autrice. A quel punto, mi sono fatto un giro nelle sue bacheche su Pinterest, dove pure comparivano molti commenti di apprezzamento per i suggerimenti offerti.

Sono poi passato al Pinterest italiano, anche per verificare di persona se alcuni di quei suggerimenti fossero realmente utili per il nostro mercato. E qui sono stato colpito dai commenti (pochi) degli italiani. Anzi, diciamo delle italiane, visto che il social in questione è formato per la maggior parte da donne. 

Quei pochi commenti che comparivano sui pin dei blogger italiani erano tutti del tipo “sono cazzate”, “non ci credo neanche se lo vedo”, “andate a lavorare”. E altre cose del genere.

Conosco bene il disagio degli italiani sulle questioni di web. Voglio dire, anche io ho ricevuto insulti a non finire in questi 16 anni. Ma pensavo che dopo la storia della pandemia e dello “smartworking” qualcosa fosse cambiato. E invece siamo ancora fermi al preistorico “andate a lavorare”.

Al che ho pensato di chiedere a ChatGPT se ci fosse una spiegazione plausibile per tale incredibile asimmetria di pensiero. Mi ha risposto che ci sono diverse ragioni, tra cui:

  • la scarsa adozione tecnologica
  • la mancanza di consapevolezza da parte del pubblico
  • la presenza di barriere linguistiche e culturali

Be’, non ha tutti i torti. Anche se dal mio punto di vista sono delle valide ragioni proprio per aprire un blog e costruirci sopra qualcosa di importante, e non il contrario.

La scarsa adozione tecnologica è un falso problema. In realtà, quasi tutti hanno uno smartphone capace di aprire siti e blog da leggere. Bisogna solo insegnare alle persone a farlo. Il che significa “business”.

La mancanza di consapevolezza del pubblico è la condizione ideale per un blogger che lavora proprio per dare consapevolezza agli altri.

Le barriere linguistiche e culturali sono pane per i nostri denti. Se non ci fossero barriere da abbattere con l’informazione giusta, non ci sarebbe un mercato da costruire.

Quindi, direi che non c’è proprio nulla da ridere, ma solo tanto lavoro da svolgere con intelligenza ed entusiasmo. 

Il blog rimane l’eldorado per i tanti conquistadores che dopo aver tutto provato, appreso e poi dimenticato, possono finalmente recuperare il senso autentico della loro esistenza e concedersi qualcosa di più prezioso dell’oro: il tempo e la libertà di vivere.

Carlo D'Angiò

Carlo D'Angiò

Proprietario di questo sito e creatore di Carlissimo Me

19 anni di blogging e infomarketing. Decine di eBook scritti, venduti… e puntualmente scopiazzati da chi non ha più un’idea manco sotto tortura. Corsi che hanno generato milioni, e centinaia di webinar dove ho visto tutto: chi vola, chi si schianta, chi riappare anni dopo dicendo “avevi ragione tu”.

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1 commento

  1. Jenny

    Gli italiani sono tra i maggiori criticoni sul web perché hanno ancora questa mentalità retrograda che il “lavoro” sia solo far l’operaio o l’impiegato(con tutto il rispetto per questi lavori) Sicuramente è un problema culturale e anche di ignoranza (abbiamo un numero tra i più alti di analfabeti funzionali) Inoltre mi rendo conto che molte persone non hanno la minima intenzione di informarsi e di uscire dalla loro zona di comfort, lo vedo ogni giorno con il mio lavoro di consulente di carriera …

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