Ciao Carlo, ho un infarto in atto. Mi stanno portando da un ospedale all’altro proprio adesso. Non potrò esserci alla nostra call. Spero di poterci essere al più presto.
Ecco, diciamo che non è il genere di messaggio che ti aspetti di ricevere in un lunedì qualsiasi. Un “non posso oggi, ho mal di testa” ci sta. Un “ho un imprevisto” pure. Ma “sto avendo un infarto”? Beh, questo sì che è un modo originale per saltare una call.
NP è un mio cliente in tutoraggio. O meglio, lo era fino a quando il suo cuore ha deciso di trasformare una giornata normale in una puntata di ER. Lunedì 10, alle 14:30 dovevamo sentirci, come sempre, ma il destino ha pensato bene di mandarlo a fare una gita turistica tra gli ospedali della città.
Ha avuto un dolore al petto, forte. Ma cosa ha fatto? Esattamente quello che fanno tutti quelli che si sentono male: ha aspettato. Perché no, dai, magari passa. Magari è solo ansia. Magari è solo un crampo. Magari è solo che il mio cuore sta cercando di farmi fuori e io gli sto rendendo il lavoro più facile.
Dopo qualche ora (ORE!), ha finalmente ceduto e ha detto ai suoi familiari che, forse, c’era un problemino. E nel giro di pochi minuti, è stato spedito in ospedale. Poi in un altro. Poi su un tavolo operatorio.
I medici gli hanno detto che, se avesse aspettato un paio d’ore in più, non avremmo più parlato di lui al presente.
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E questa, signori e signore, è la definizione stessa della parola fottutamente vicino.
NP e il tempo che non torna
NP ha più di 60 anni. È uno di quei boomer che ha passato la vita a lavorare duramente secondo le regole del sistema. Sveglia alle 5, sul lavoro alle 6.30. Di ritorno a casa, quando gli va bene, alle 17.00. Tutti i santi giorni.
Un paio d’anni fa ha iniziato a seguirmi, con quell’entusiasmo un po’ scettico di chi non è sicuro di voler davvero cambiare. Ma quando è arrivato Tsunami d’argento, qualcosa è scattato.
Ha capito che rimandare non è una strategia, è un suicidio a rallentatore.
E così, ha iniziato. Ha scritto. Ha raccontato la sua storia. Perché, dopo tutto, se non raccontiamo noi chi siamo, nessun altro lo farà per noi.
Poi, BAM. Un infarto.
Ma NP è un figlio di buona donna con la scorza dura. Ha passato giorni in ospedale, ha visto la morte sedersi accanto al suo letto e sussurrargli nell’orecchio che stavolta poteva essere finita davvero. Ma non era il suo turno.
La seconda opportunità
Ieri NP è tornato in call, ancora convalescente, con un cuore rattoppato, qualche cicatrice in più e un nuovo modo di vedere il tempo. Ma vivo.
Mi ha raccontato del reparto di cardiologia. Non c’è mai un posto libero. Mai.
Perché la gente muore. Tantissima gente. E non perché è anziana. Non perché “eh, vabbè, era destino”. Muore perché aspetta. Perché non ascolta. Perché vive come se il tempo fosse una risorsa infinita.
Ma il punto non è questo. Il punto è che NP è ancora qui.
E lunedì prossimo, a 64 anni, pubblicherà il suo primo libro.
Sessantaquattro anni. Un infarto. Un libro che nasce.
Se non fosse vero, sarebbe la trama di un film.
La vita è un attimo. E quell’attimo merita di essere vissuto fino all’ultima parola.
Non rimandare. Non aspettare il momento giusto. Il momento giusto è sempre adesso.
Perché la vita non ti manda promemoria. Non ti avvisa con un messaggio gentile: “Hey, tra tre giorni avrai un infarto, magari inizia a vivere oggi”. No. Ti colpisce all’improvviso, senza preavviso, senza darti il tempo di sistemare le cose lasciate in sospeso.
Il domani non è una certezza. È un’ipotesi.
L’unica cosa certa è questo momento. Qui. Ora.
Smettila di rimandare. Di aspettare segnali, permessi, conferme.
Perché, un giorno, non ci sarà più nessun domani da aspettare. E quel giorno non ti chiederà scusa.


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