Crescita personale

Il feticcio della produttività e l’oblio del sé

Quando il senso del fare si perde nel fare per il fare

Carlo D'Angiò · 30 Giu 2025 · 3 min di lettura

Nell’epoca contemporanea, si è diffuso un culto silenzioso ma pervasivo: il culto dell’efficienza. Come tutte le religioni che attecchiscono profondamente, anche questa promette salvezza, non nell’aldilà, ma nella gratificazione immediata: più cose fai, più vali. E come ogni religione efficace, essa impone rituali quotidiani, icone digitali da venerare (le app per il time tracking), e una schiera di predicatori ben pagati: i coach motivazionali, i guru dell’ottimizzazione, i dispensatori di morning routine.

Ma sotto questo zelo organizzativo, si cela una verità più prosaica e, oserei dire, tragica: l’uomo moderno ha paura di fermarsi, perché fermandosi potrebbe dover fare i conti con una domanda che nessuna to-do list risolve: “Perché sto facendo tutto questo?”.

La massimizzazione dell’efficienza — concetto che può avere senso in una fabbrica di mattoni — è diventata un’ossessione nel mondo del pensiero e del lavoro cognitivo. Si vorrebbe che anche l’anima producesse secondo i criteri della catena di montaggio: ogni ora deve generare qualcosa di visibile, utile, monetizzabile. Persino la lettura di un libro o una passeggiata tra gli alberi vengono oggi giustificate come “ricarica” per una produttività successiva. Nulla è libero per il piacere: tutto deve essere mezzo, nulla fine.

Questa mentalità porta inevitabilmente a un’espropriazione dell’interiorità. L’individuo smette di essere il centro del proprio vivere e diventa uno strumento ben oliato per generare valore, spesso per altri. Si lavora con zelo, si risponde alle mail con efficienza, si partecipa a call, si redigono report. Si produce, senz’altro. Ma ciò che si produce non è per sé, né da sé, né di sé. È come se una persona costruisse ogni giorno una magnifica dimora in cui però non ha diritto di abitare.

Ora, io non sono affatto ostile all’ordine. Né disprezzo l’efficienza, se resta al suo posto, cioè al servizio della vita, e non viceversa. Ma mi domando, sempre più spesso: che cosa ci costa questa devozione per l’ottimizzazione? E temo che la risposta, per quanto scomoda, sia questa: ci costa la libertà interiore. Ci toglie lo spazio per la riflessione non finalizzata, per l’ozio senza colpa, per l’errore fertile, per il tempo inutile che spesso si rivela il più umano. In breve, ci allontana da quella qualità dell’esistere che rende la vita un’opera d’arte, e non solo un processo industriale.

Non è sbagliato lavorare. Ma c’è qualcosa di profondamente disumano nel lavorare senza che la mente abbia diritto di chiedere “a chi giova questo sforzo?”.

Si producono soldi, è vero. Ma non si produce senso. E senza senso, anche il denaro più abbondante finisce per essere speso in attività che servono solo a dimenticare la fatica del produrlo.

Carlo D'Angiò

Carlo D'Angiò

Proprietario di questo sito e creatore di Carlissimo Me

19 anni di blogging e infomarketing. Decine di eBook scritti, venduti… e puntualmente scopiazzati da chi non ha più un’idea manco sotto tortura. Corsi che hanno generato milioni, e centinaia di webinar dove ho visto tutto: chi vola, chi si schianta, chi riappare anni dopo dicendo “avevi ragione tu”.

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