Controinformazione

La gogna dei giusti

Come funziona davvero la censura che non ha bisogno di leggi.

Carlo D'Angiò · 9 Feb 2026 · 21 min di lettura

Correva l’anno 1999, l’era del pre-euro e delle grandi speranze in giacca e cravatta. Io ero lì, nel pieno dell’entusiasmo post-abilitazione, con uno studio fresco di inaugurazione e una targa d’ottone che brillava quanto le mie ambizioni di giovane consulente del lavoro. Mi muovevo tra i tavolini della piazza con la solerzia di chi deve far sapere al mondo — o almeno al vicinato — di aver finalmente piantato una bandierina nel mercato delle professioni.

Per non farmi mancare nulla, avevo aperto un conto al Banco di Napoli: allora si chiamava così, prima che le note vicende del sistema bancario nazionale ne facessero scempio.

La filiale di Corso Umberto era un capolavoro di minimalismo claustrofobico. Funzionava così:

  • Passavi la porta girevole, venivi passato ai raggi X dal metal detector (manovra di rito per assicurarsi che non fossi un rapinatore, ma un semplice cliente da tosare);
  • E, oplà, eri già dentro.

Nessuna transenna, nessuna distanza di sicurezza: due sedie di plastica messe di sghimbescio, due sportelli a portata di respiro e, sulla sinistra, la porta del Direttore, il Sancta Sanctorum della finanza di quartiere. Un perimetro talmente esiguo che avresti potuto controllare l’estratto conto e il battito cardiaco del vicino simultaneamente.

Quella mattina, però, il quadro era desolante. Entro e trovo il deserto dei Tartari. Non un cliente, non un commesso, non un’anima viva. Gli sportelli? Abbandonati. La sala d’attesa? Una natura morta. Mi avvicino al bancone, ipotizzando le solite due vie d’uscita per l’impiegato latitante: o una sosta tecnica nei servizi igienici, o il classico conclave carbonaro nell’ufficio del capo.

Il linciaggio del “prepotente” immaginario

Il mistero della sparizione viene risolto quasi subito: l’impiegato era blindato nell’ufficio del Direttore. Insieme a lui, un cliente. Io, che non sono ancora dotato di poteri divinatori, non potevo certo sapere chi ci fosse oltre quella porta. Ma ecco che il Sancta Sanctorum si spalanca ed esce lui.

Un volto noto. Anzi, un amico. O almeno così credevo io, povero illuso che ancora associava la parola “amicizia” a concetti come la lealtà e la memoria. Avevamo condiviso molte cose con quella persona: il liceo, le aule di Giurisprudenza, persino lo scambio degli appunti. Ero stato a casa sua, avevamo passato ore a scervellarci sui codici e sulle pandette. Insomma, il curriculum perfetto per un saluto caloroso.

Mi preparo, stampo in faccia il sorriso più sincero del repertorio e sto per tendere la mano. E invece? Invece scatta il riflesso pavloviano del tribuno da marciapiede.

Senza manco un “ciao”, il tizio mi aggredisce con una violenza verbale degna di miglior causa. L’accusa? Una roba da tribunale speciale: sarei stato un “fascista”. Anzi, “il solito fascista prepotente” che pretende di saltare la fila e calpestare i diritti altrui. Avete capito bene: in una stanza deserta, dove io ero l’unico essere umano visibile nel raggio di metri, sarei stato colpevole di aver scavalcato una folla composta esclusivamente da fantasmi.

Io resto lì, pietrificato. Il sorriso si congela e poi frana nel ridicolo. Cerco di balbettare una difesa logica, spiegando l’ovvio che quando ero entrato non c’era anima viva e che la mia palla di vetro era in riparazione. Niente da fare.

Il nostro “amico” continua a bofonchiare insulti morali a bassa voce, si piazza allo sportello con la boria di chi ha appena salvato la democrazia e, come ciliegina sulla torta, cerca pure la complicità dello sportellista, irridendomi davanti a lui. Sbriga le sue pratiche con la calma dei giusti e se ne va, regalandomi un saluto intriso di un sarcasmo che definire stucchevole è un complimento: una roba tipo “bisogna imparare a rispettare gli altri”. Lezione di educazione civica impartita dal pulpito della malafede.

L’etichetta al mercurio

Ma facciamo un passo indietro, perché in questa commedia dell’assurdo manca il movente. Per quale motivo il suddetto “amico”, con cui avevo condiviso dispense di Diritto Privato e caffè, si trasforma improvvisamente in un inquisitore da bar? Semplice: per il peccato originale della tessera.

All’epoca commettevo l’errore imperdonabile di simpatizzare per Alleanza Nazionale. Frequentavo la sezione, ascoltavo i dibattiti, facevo lo spettatore interessato. Ero, insomma, un giovane uditore che cercava di capire se la politica avesse un senso. Non sapevo ancora che, per certi campioni del perbenismo a senso unico, questo bastava a trasformarmi in una sorta di criminale antropologico, uno di quelli che “se entra per primo in banca è solo perché ha il gene della sopraffazione”.

Fu proprio questo episodio — unito ad altre perle di rara bassezza collezionate in quella brevissima parentesi — a impartirmi la lezione definitiva. Capii in un baleno che la politica, salvo rare eccezioni, è una palude fatta di violenza psicologica, ipocrisia col filtro e compromessi talmente sporchi da far sembrare pulita l’acqua del Tevere. Un’esperienza fulminea: un anno, forse due, e poi il mio addio a quel teatrino. Sipario, grazie.

Ma resta il dato umano, che è poi quello che più diverte — si fa per dire — il cronista. Quel signore, invece di limitarsi a un civile “Guarda che ci sono io, ero nell’ufficio del direttore”, preferì l’aggressione gratuita. Scelse la bava alla bocca. Scelse di utilizzare la mia appartenenza politica come una clava per giustificare la propria acredine, in un delirio logico dove il saluto cordiale veniva sostituito dall’insulto ideologico.

Un esempio magistrale di come l’ideologia, quando incontra la stupidità, riesca a cancellare anni di amicizia, liceo e appunti in comune, trasformando un banale turno allo sportello in una crociata contro il “pericolo fascista” rappresentato da un giovane consulente del lavoro colpevole di esistere.

La morale del moralista

Perché ripescare questo reperto archeologico del 1999? Semplice: per quel senso di nausea che ti resta addosso quando capisci che il mondo non è come lo avevi immaginato a vent’anni. All’epoca, nella mia ingenuità di giovane professionista, coltivavo l’illusione che la politica potesse essere una cosa seria. Pensavo che in un piccolo paese ci si potesse accapigliare sulle idee, anche ferocemente, ma senza smettere di essere uomini. Pensavo che un’amicizia nata sui banchi di scuola valesse più di uno slogan elettorale.

E invece no. Quel giorno, in quella filiale formato francobollo, ho imparato che per certa gente l’appartenenza partitica è una licenza di caccia: serve a trasformare l’altro in un bersaglio, a cancellare il passato con un insulto.

Mentre io restavo lì, ammutolito e spiazzato, il “bullo” recitava la parte della vittima. Avete presente la tecnica? È un classico: ti aggrediscono per darti dell’aggressore, urlano per darti dell’arrogante, ti calpestano per spiegarti quanto sei maleducato. Lui faceva lo show per lo sportellista, io subivo in silenzio una tensione che si tagliava col coltello.

Poi però, come spesso accade, il tempo si diverte a rimettere le cose al loro posto. Perché oggi, a distanza di anni, scopro dalle cronache giudiziarie che il mio censore dell’epoca, il paladino del rispetto delle regole e della fila in banca, ha avuto un’evoluzione di carriera degna di nota.

Il Nostro — oggi stimato avvocato — risulta indagato dalla Procura di Santa Maria Capua Vetere. E le accuse non sono proprio bazzecole da galateo bancario: si parla di corruzione elettorale e concussione. Pare che i magistrati abbiano chiesto persino l’arresto e che il GIP, proprio in queste ore, stia sfogliando le carte per decidere se spedirlo o meno a meditare in una stanza ancora più piccola di quella filiale di Corso Umberto.

Sia chiaro: in questo sventurato Paese vige la presunzione di innocenza fino al terzo grado di giudizio. Da garantista doc, mi auguro che l’illustre collega universitario sappia sfoderare tutta la sua abilità forense per dimostrare la sua totale estraneità ai fatti. 

Da Corso Umberto a Sanremo

E qui il cerchio si chiude. Perché la storia del mio “amico” (si fa per dire) e quella che sta agitando le cronache di questi giorni hanno un minimo comune denominatore: il bullismo travestito da etica. Quando la tensione ideologica sale oltre il livello di guardia, il bullo non ha bisogno di alzare le mani: gli basta alzare un’etichetta. Ieri era “fascista”, oggi è “omofobo”, “razzista” o “sessista”. Il prefisso cambia, il manganello verbale resta lo stesso.

Prendiamo il caso di Andrea Pucci. Il copione è talmente logoro che ormai lo conoscono anche i sassi. Carlo Conti lo chiama come co-conduttore per una serata di Sanremo 2026 e, tempo tre secondi, scatta il riflesso d’ordine della polizia del pensiero.

La miccia, manco a dirlo, la accende la solita Selvaggia Lucarelli, che dall’alto del suo tribunale social emette la sentenza senza appello: ripesca battute vecchie di anni, decontestualizza tre sketch da avanspettacolo e serve il piatto caldo alla folla inferocita. In meno di quarantotto ore, quello che era un comico di successo diventa il Nemico Pubblico Numero Uno.

Il meccanismo è lo stesso della mia mattina al Banco di Napoli:

  1. Si crea il mostro: si affibbia un’etichetta infamante (ieri a me per la sezione di AN, oggi a lui per una battuta sulla Schlein);
  2. Si scatena il branco: piovono insulti, minacce alla famiglia e anatemi mediatici;
  3. Si ottiene la resa: l’obiettivo deve sparire.

E Pucci, infatti, è sparito. Ha fatto il “passo indietro”. Ha dovuto spiegare — come se ce ne fosse bisogno dopo trent’anni di carriera — che il suo mestiere è fare caricature, non propaganda d’odio. Ha definito questo clima “incomprensibile e inaccettabile”. Ma è possibilissimo, caro Pucci: è il metodo dell’inquisizione permanente.

In questo Paese abbiamo sostituito il dibattito con la lapidazione. Se non sei perfettamente allineato al canone culturale di quella parte di intellighenzia che si considera l’unica depositaria del linguaggio accettabile, se hai un’opinione o anche solo un repertorio comico che non rientra nei loro codici, sei fuori.

Caso Pucci Sanremo: la censura al sapore di click

Ora, chiariamo un punto a futura memoria, prima che i soliti analfabeti funzionali inizino a scampanare: io Pucci non l’ho mai seguito. Se devo essere sincero, la sua comicità non mi ha mai strappato nemmeno un mezzo sorriso. Ma questo, in un mondo governato dalla ragione e non dal fegato, conta meno di zero.

Perché qui non stiamo parlando di estetica, ma di legittimità. Non stiamo discutendo se le sue battute siano degne del Premio Nobel o della sagra della porchetta. La domanda che dovremmo porci — se avessimo ancora il gusto del diritto — è un’altra: è accettabile che in una società che si pretende aperta, una persona venga scaraventata fuori dallo spazio pubblico nel tempo di un tweet? È tollerabile che una carriera venga tritata da una pressione reputazionale costruita in laboratorio in meno di quarantotto ore?

Quello a cui stiamo assistendo non è “critica culturale”. È un meccanismo vecchio come il mondo, quello della piazza linciatrice: il branco che si riunisce per decidere, a colpi di pollici versi, chi è presentabile e chi deve essere cancellato. È la censura 2.0: quella che non ha bisogno di decreti ministeriali o di tribunali speciali. Non serve il giudice, basta il follower. Non serve la legge, bastano le etichette giuste — quelle che scottano, quelle che marchiano — incollate sulla schiena del malcapitato di turno e ripetute a reti unificate finché l’aria non diventa irrespirabile.

Ed è proprio qui, tra un post indignato e un comunicato Rai, che l’impianto dell’accusa comincia a scricchiolare sonoramente. Perché quando la “moralità” diventa un’arma per eliminare l’avversario o il comico sgradito, smette di essere morale e diventa squadrismo in guanti gialli. 

Ho letto in questi giorni le accuse che arrivano al Pucci. E credo che le si possa sintetizzare più o meno in queste 6 categorie:

  1. È offensivo
  2. È incoerente, dice di non odiare nessuno
  3. È divisivo
  4. È una comicità tossica
  5. Non è adatto al servizio pubblico
  6. Fa la vittima

Proviamo un po’ ad analizzarle una per una.

È offensivo

Prendiamo la prima accusa, quella che campeggia in cima a ogni editoriale indignato: “È offensivo”.

Qui però bisognerebbe avere il coraggio di porre la domanda più elementare e, proprio per questo, la più scomoda di tutte: offensivo per chi, esattamente? Perché vedete, l’offesa non è un fatto oggettivo come la gravità o un’evasione fiscale accertata dalla Guardia di Finanza. L’offesa è una percezione. È uno stato d’animo. È un brivido che corre lungo la schiena di chi ascolta.

Se però eleviamo la percezione individuale a criterio supremo per silenziare il prossimo, stiamo riscrivendo le regole del gioco democratico in modo grottesco. La nuova clausola implicita diventa questa: chi si dichiara offeso prende il comando del discorso. Se io dico “mi sento offeso”, tu devi smettere di parlare. Punto.

Non siamo più nel campo del diritto, dove bisogna dimostrare un danno reale, un nesso di causalità, una violazione di legge. Siamo nel campo del veto emotivo. In questo cortocircuito logico, il potere scivola via dalle mani di chi parla e finisce interamente in quelle di chi ascolta (o di chi finge di ascoltare per conto terzi).

Non serve più che Pucci, o chiunque altro, abbia realmente arrecato un danno. Non serve dimostrare l’istigazione all’odio. Basta che qualcuno, da una tastiera o da un salotto televisivo, alzi la mano e dichiari: “Io sono offeso”. In quel preciso istante, la ghigliottina reputazionale si mette in moto. È il trionfo del soggettivismo elevato a sistema inquisitorio: il delitto non sta nell’intenzione del comico, ma nella reazione — spesso programmata — dello spettatore.

È incoerente perché dice di non odiare nessuno

Passiamo alla seconda accusa, quella preferita dai raffinati esegeti della domenica: “Pucci è incoerente, dice di non odiare nessuno e poi fa quelle battute”.

Qui l’errore logico è talmente grossolano che persino un praticante al primo mese di Giurisprudenza lo boccerebbe. Si prende una battuta — che per definizione è un artificio retorico, un gioco di iperboli, uno specchio deformante della realtà — e la si trasforma nella prova regina di un’intenzione morale stabile. È il cortocircuito definitivo: è come sostenere che un attore, dopo aver interpretato un assassino in una fiction, debba essere guardato con sospetto dai vicini di casa perché “potrebbe avere pulsioni omicide”. Oppure, è come dire che Maurizio Crozza odi tutti quelli che prende in giro da parecchi anni, talvolta anche in modo offensivo.

Sia chiaro: dire “quella battuta è sgradevole” o “quel comico non mi piace” è un giudizio legittimo. Fa parte della critica, del gusto, della libertà di dire “che noia”. Ma dire “ha fatto una battuta sgradevole, quindi odia quella categoria di persone” è una deduzione non dimostrata.

È un salto logico acrobatico, di quelli che si fanno solo quando le prove mancano e bisogna inventarsele. Si trasforma la satira — per quanto grezza o di basso livello possa essere — in una confessione giudiziaria. Se Pucci fa una caricatura su un comportamento umano, non sta enunciando un manifesto ideologico; sta facendo il suo mestiere, bene o male che sia.

Ma ai nuovi inquisitori la realtà non interessa. A loro serve il mostro. Serviva al mio “amico” in banca, che usava la mia simpatia politica per dedurre che io fossi un bullo pronto a calpestare i diritti dei cittadini in attesa. E serve oggi a chi usa una battuta sui social per dedurre che un comico sia un odiatore seriale.

Ma il vero capolavoro di questo teatrino dell’assurdo non è la censura a Pucci. È la claque dei professionisti dell’etica che spunta sotto ogni post, pronta a spiegarti che no, la politica non c’entra nulla, è solo “questione di rispetto”.

Basta farsi un giro sui social per ammirare il livello del dibattito. C’è chi scrive, con la boria del primo della classe, che il problema è la “mancanza di professionalità”, e chi, subito dopo, si lancia in analisi antropologiche degne di un Cesare Lombroso in acido. Leggiamo perle del tipo: “L’elettore di destra, medio, non è in grado di comprendere il significato di un testo semplice. Proprio niente, zero”. Oppure: “Classico esempio di italiano medio che non comprende un testo base”.

Avete capito bene: per difendere la “sensibilità” e combattere le “offese” di un comico, questi campioni della tolleranza insultano milioni di cittadini, bollandoli come analfabeti funzionali per diritto di nascita o per scelta elettorale. È il bullismo che si fa pedagogia: se non la pensi come noi, non sei solo cattivo, sei proprio scemo.

Ora, intendiamoci: a me non interessa difendere la Meloni, Salvini o chicchessia. Per quanto mi riguarda, nel calderone della politica, sono tutti uguali. La mia non è una difesa di parte, ma un esercizio di libertà di pensiero conquistato a caro prezzo molti anni fa, quando ho visto la politica da vicino e ne ho avuto, giustamente, paura.

Ma una domanda sorge spontanea, nel silenzio dei salotti che contano: e tutte le battute cattive, feroci, biliose fatte dai comici di sinistra contro i politici di destra? Quelle come le chiamiamo? Satira sublime? Arte suprema? E gli insulti rivolti all’”elettore medio di destra”, dipinto come un povero mentecatto incapace di leggere due righe di fila, cos’è? Quello non è “offensivo”? Quello non è “odio”? Quello non è “sessismo” o “bullismo”?

No, per i sacerdoti del politicamente corretto quella è “educazione civica”. Se offendi Pucci o un elettore di destra, sei un martire della libertà; se Pucci fa una battuta sui comportamenti umani, è un pericolo pubblico da espellere dalla Rai.

È divisivo

Arriviamo alla terza accusa, il jolly che si cala quando non si sa più a cosa attaccarsi: “È divisivo”.

Qui il paradosso raggiunge vette che definire kafkiane è un eufemismo. Fermiamoci un secondo e proviamo a usare quel poco di logica che non è ancora stata sequestrata dai social: chi sta dividendo davvero la scena? È un comico che usa la caricatura — una pratica che esiste da quando l’uomo ha imparato a ridere dei propri simili — o è chi, con un editto digitale, introduce di fatto una selezione preventiva tra persone ammesse e persone bandite? 

La divisione, quella vera, quella profonda, non nasce mai da una battuta, per quanto ruvida o sgradevole possa essere. La divisione nasce nel preciso istante in cui qualcuno, dall’alto di un piedistallo che si è costruito da solo, si arroga il diritto supremo di stabilire chi è degno di parlare e chi deve essere cancellato dal palinsesto.

È esattamente in quel momento che compare il confine tribale: da una parte “noi”, i rispettabili, i depositari del Bene e del Giusto; dall’altra “loro”, gli impresentabili, i paria da isolare.

È tossico

Quarta accusa, la più amata dai nuovi censori col camice bianco: “È una comicità tossica”.

Qui entriamo nel territorio della neolingua più insidiosa. Perché, vedete, “tossico” non è una categoria analitica, non è un termine giuridico e nemmeno un parametro critico: è un’etichetta morale elastica. È il termine passe-partout che si usa quando non si hanno argomenti solidi, ma si vuole comunque eliminare l’avversario. In pratica, “tossico” significa spesso e volentieri: “Qualcosa che non mi piace, che non controllo e che mi dà fastidio perché non rientra nei miei canoni”.

Ma la satira, per sua stessa natura, punge. Se la satira non rischia mai di urtare la sensibilità di qualcuno, smette istantaneamente di essere tale e diventa decorazione. Diventa intrattenimento di regime, zuccherino per palati delicati, tappezzeria televisiva.

Pretendere una comicità completamente innocua, che non faccia storcere il naso a nessun “offeso di professione”, equivale a chiedere un coltello che non taglia. Ma un coltello che non taglia smette di essere uno strumento: diventa un oggetto ornamentale, un ninnolo inutile da tenere in bacheca. Se togliamo alla comicità la possibilità di essere sgradevole, cruda o politicamente scorretta, non stiamo salvando la morale pubblica: stiamo solo amputando la libertà di espressione.

In una società adulta, il rimedio a una battuta che non piace è semplice: non ridere. O, al limite, cambiare canale. Ma oggi no: oggi si pretende che il coltello venga spezzato perché qualcuno ha paura di pungersi. E mentre si dà del “tossico” a un comico, si accetta come normale la tossicità di una gogna mediatica che distrugge una persona in quarantotto ore.

Forse la vera tossicità non sta negli sketch di Pucci, ma in questa nuova Inquisizione che, in nome del Bene, sta trasformando lo spazio pubblico in un asfittico salotto dove è permesso solo sussurrare ovvietà.

Non è adatto al servizio pubblico

Arriviamo alla quinta accusa, l’ultima trincea dei censori col bollo Rai: “Pucci non è adatto al servizio pubblico”.

Benissimo. Discutiamone sul serio. Perché, se il criterio fosse davvero l’assenza di polemiche, il Festival di Sanremo avrebbe dovuto chiudere i battenti almeno trent’anni fa.

Negli anni, a Sanremo, abbiamo visto davvero di tutto.
Tra i casi che ricordo su due piedi, c’è Roberto Benigni, che già negli anni Ottanta scandalizzò il pubblico con provocazioni religiose e, negli anni successivi, con monologhi politici capaci di dividere nettamente il Paese — eppure quel palco gli è sempre stato lasciato.

L’apparizione prevista del presidente ucraino Zelenskyy sollevò critiche trasversali sull’opportunità di portare un messaggio geopolitico dentro il Festival, ma anche in quel caso gli fu comunque concesso di intervenire, seppur attraverso una lettera.

Achille Lauro è stato accusato prima di allusioni alla droga e poi perfino di blasfemia per una performance con un finto battesimo, ma la sua presenza non è stata cancellata. I Soliti Idioti furono travolti dalle proteste delle associazioni LGBT per sketch giudicati offensivi, eppure andarono in onda. Ghali è finito al centro di un caso diplomatico per un appello politico lanciato in diretta, senza che gli venisse tolta la parola. Morgan e Bugo, infine, sono entrati nella storia televisiva per una lite sul palco diventata virale — e quella scena è rimasta parte integrante del racconto del Festival. E potremmo continuare.

Insomma, polemiche anche durissime, ma spazio comunque concesso.

Sanremo non è mai stato un luogo neutro. È sempre stato — nel bene e nel male — uno specchio del conflitto culturale del Paese. Per questo la domanda vera non è: perché, tra decine di polemiche precedenti, proprio in questo caso la polemica diventa motivo sufficiente per far saltare una presenza?

Quando il criterio cambia a seconda del bersaglio, non stiamo più applicando una regola. Stiamo scegliendo chi può permettersi di resistere alla tempesta e chi invece deve essere sacrificato alla prima raffica.

Fa la vittima

Sesta e ultima accusa, la ciliegina sulla torta di questo banchetto dell’ipocrisia: “Pucci fa la vittima”.

Qui il cortocircuito logico si trasforma in sadismo puro. Siamo alla raffinazione del bullismo: il branco ti circonda, ti ricopre di insulti, minaccia la tua famiglia, lancia campagne per farti perdere il lavoro e, quando tu osi timidamente far notare che il clima è diventato “incomprensibile e inaccettabile”, ecco che scatta la seconda ondata. “Guarda che sfigato, fa pure la vittima!”.

È una dinamica vecchia come il mondo, ma oggi potenziata dall’algoritmo: colpire duramente e, nello stesso tempo, negare alla vittima la legittimità di nominare il colpo. Se ricevi minacce e le denunci, stai “piagnucolando”. Se ti spingono al ritiro e spieghi perché lo fai, stai “cercando visibilità”. È la tecnica del bullo di periferia applicata al dibattito nazionale: ti dà un calcio negli stinchi e, se piangi, ti dà uno schiaffo perché sei un rammollito.

Descrivere un clima aggressivo non è vittimismo: è descrizione dei fatti. Ma per i nuovi inquisitori, la realtà è un optional. L’importante è che la sagoma abbattuta non provi nemmeno a rialzarsi per spiegare le sue ragioni. Si vuole il morto, ma lo si vuole anche muto.

È un bullismo raffinato perché non lascia lividi sulla pelle, ma produce effetti concreti: la morte civile e professionale. Il tutto mentre i carnefici continuano a sorseggiare il loro tè biologico, convinti di essere dalla parte del progresso, dell’inclusione e del “rispetto”. Quel rispetto che, guarda caso, non si nega a nessuno, tranne a chi ha la colpa imperdonabile di non piacere ai soliti noti.

Sipario su questa farsa, dove chi odia si spaccia per filantropo e chi subisce non può nemmeno dire “ahi” senza essere accusato di recitare una parte.

Conclusioni

E qui il cerchio si chiude. Non sto dicendo che Andrea Pucci sia un genio della comicità. Non sto dicendo che faccia ridere (a me, l’ho già detto, non accade). Non sto nemmeno dicendo che le sue battute siano il vertice dell’intelligenza umana. Sto dicendo qualcosa di molto più semplice e, proprio per questo, infinitamente più scomodo per le anime belle del coro unanime: oggi basta una combinazione chimica di etichette, amplificazione mediatica e pressione reputazionale per trasformare un uomo in un colpevole pubblico.

Senza un processo, senza un briciolo di contesto, senza alcuna proporzione tra l’eventuale “peccato” e la punizione inflitta. È lo stesso identico meccanismo che, anni fa, in quella piccola filiale del mio paesello, trasformò un attimo di silenzio e un sorriso sincero in una sentenza già scritta: “il solito fascista prepotente”.

Il metodo non è cambiato, si è solo evoluto tecnologicamente. La parola arriva prima dei fatti. L’aggettivo precede l’analisi. L’insulto sostituisce la prova. E quando la parola arriva prima dei fatti, non stiamo più esercitando il diritto di critica; non stiamo nemmeno giudicando. Stiamo semplicemente decidendo, con un autoritarismo che farebbe invidia ai regimi che i censori dicono di voler combattere, da che parte deve stare il colpevole.

Abbiamo sostituito la civiltà del diritto con la barbarie del tweet, dove il primo che urla “al mostro” vince, e chi cerca di ragionare viene travolto dal fango. Ieri era uno sportello di banca, oggi è il palco di Sanremo. Cambia la scenografia, ma i bulli — quelli con la bava alla bocca e la morale in tasca — sono sempre gli stessi.

E mentre loro si sentono “migliori”, la libertà di pensiero finisce in soffitta, insieme ai miei vecchi appunti di Giurisprudenza.

Domande frequenti

1. Che cos’è successo nel caso Pucci a Sanremo?

Andrea Pucci era stato annunciato come co-conduttore di una serata del Festival di Sanremo 2026, ma dopo forti polemiche mediatiche e social legate a vecchie battute e dichiarazioni, ha deciso di fare un passo indietro e rinunciare alla partecipazione.

2. Perché Pucci è finito al centro delle polemiche?

Le critiche sono nate dal recupero di alcuni interventi comici del passato considerati offensivi da parte di una parte dell’opinione pubblica. Da lì si è sviluppata una forte pressione mediatica e social sulla sua presenza al Festival.

3. Cosa ha detto Pucci riguardo alla vicenda di Sanremo?

Nel suo comunicato Pucci ha dichiarato di non considerarsi né razzista né omofobo, ha parlato di insulti ricevuti anche verso la sua famiglia e ha definito il clima creatosi attorno alla vicenda “incomprensibile e inaccettabile”.

4. Chi ha criticato la partecipazione di Pucci a Sanremo?

Le critiche sono arrivate da commentatori, opinionisti, utenti sui social e parte del dibattito politico e culturale, che hanno messo in discussione l’opportunità della sua presenza su un palco del servizio pubblico.

5. Perché il caso Pucci a Sanremo è diventato un tema nazionale?

La vicenda è rapidamente uscita dall’ambito dello spettacolo ed è diventata un confronto più ampio su libertà di satira, limiti del linguaggio pubblico, pressione mediatica e ruolo del servizio pubblico nel selezionare i propri ospiti.

Carlo D'Angiò

Carlo D'Angiò

Autore, consulente e progettista di offerte e sistemi commerciali

Online dal 2007 come autore, consulente e formatore, aiuta professionisti, consulenti e formatori a estrarre il valore dalla propria esperienza e trasformarlo in offerte ad alto valore e sistemi per portarle sul mercato e acquisire clienti. Il suo tratto distintivo è non fermarsi alla strategia: unisce intervista, scrittura, progettazione e realizzazione di libri, pagine, email, webinar, checkout, automazioni e campagne.

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