Crescita personale

Ti hanno preso per il culo

Come la cultura del mindset e del milione ha trasformato persone normali in eterni insoddisfatti

Carlo D'Angiò · 5 Giu 2026 · 18 min di lettura

Io lo so come ti senti quando vedi passare i giorni, le settimane, i mesi, e ti accorgi di essere ancora fermo nello stesso punto. A volte, la sensazione è persino peggiore. Non hai soltanto l’impressione di non essere andato avanti: ti sembra di essere tornato indietro.

Succede perché l’inerzia, quando dura troppo a lungo, smette di essere una semplice mancanza di azione e si trasforma in qualcosa di più subdolo. Diventa una sorta di paralisi mentale consapevole. Sai perfettamente di essere bloccato. Sai cosa dovresti fare. Sai perfino quale potrebbe essere il primo passo. Eppure rimani fermo.

Ed è proprio questa consapevolezza a fare male. Perché quando ti rendi conto di essere bloccato, inizi anche ad avere la sensazione di stare involvendo, di perdere terreno, di vedere sfumare possibilità che un tempo sembravano ancora alla tua portata. Le due cose viaggiano quasi sempre insieme: la percezione del blocco e la sensazione di regressione.

Ma di questo parleremo tra poco.

Ora, però, vorrei tornare a parlare direttamente con te.

Mettiti comodo. Non devi difenderti da nulla e non devi giustificarti con nessuno. Di certo non con me. Non ho alcuna intenzione di giudicarti. Anzi, se c’è una cosa che voglio farti sapere fin da subito, è che conosco molto bene il territorio che stai attraversando. Ci sono passato anch’io. Conosco la fatica, i dubbi, le giornate in cui sembra di girare in tondo senza arrivare da nessuna parte.

Per questo motivo, forse, posso offrirti qualcosa di utile. Non una formula magica e nemmeno una soluzione istantanea. Solo qualche riflessione che, spero, possa alleggerire almeno un po’ il peso che ti stai portando sulle spalle.

Partiamo da una verità che spesso dimentichi di riconoscerti: tu ci hai provato. E molto probabilmente stai continuando a provarci ancora oggi. Magari con meno entusiasmo rispetto all’inizio. Magari con meno energia. Magari con quella stanchezza che arriva quando investi tempo, speranze e aspettative in qualcosa che continua a non restituirti i risultati che desideravi.

Ma il punto è che non sei rimasto completamente immobile. Hai tentato. Hai studiato. Hai riflettuto. Hai cercato strade diverse. Hai raccolto informazioni, seguito consigli, immaginato possibilità. E anche se oggi ti sembra che tutto questo non abbia prodotto ciò che speravi, non significa che sia stato inutile.

Significa soltanto che il viaggio si è rivelato più difficile e più lungo di quanto immaginassi quando sei partito.

La grande bugia dei guru della crescita

I guru della motivazione, della crescita personale, della finanza e del business hanno quasi sempre una risposta pronta. E, guarda caso, quella risposta finisce quasi sempre per indicare te come responsabile del problema.

È anche per questo che molte persone finiscono per bloccarsi. Perché si ritrovano intrappolate dentro una gabbia costruita con parole, slogan e teorie ripetute all’infinito. Devi avere più forza di volontà. Devi avere più focus. Devi sviluppare il mindset giusto. Devi pensare in grande. Devi concentrarti sui risultati. Devi visualizzare il tuo futuro. Devi assumerti la piena responsabilità della tua vita.

“Devi” è probabilmente la parola che hai sentito più spesso negli ultimi anni.

E così, quando i risultati non arrivano, quando i progetti restano incompiuti, quando gli obiettivi che avevi scritto con entusiasmo sono diventati poco più di uno scarabocchio sbiadito su un foglio compilato anni fa, la conclusione sembra inevitabile: il problema sei tu.

Almeno questo è ciò che ti viene fatto credere.

Secondo questa visione del mondo, se non hai ottenuto ciò che desideravi è perché non hai creduto abbastanza. Non hai insistito abbastanza. Non hai pensato nel modo corretto. Non hai sviluppato la mentalità giusta. In fondo, dicono, siamo il risultato dei nostri pensieri. E se il risultato non ti piace, allora devi semplicemente cambiare i tuoi pensieri.

È una spiegazione affascinante nella sua semplicità. Talmente semplice da risultare seducente. Perché trasforma ogni problema umano in una formula da applicare e ogni fallimento in un difetto da correggere.

Semplice un cazzo.

Come se i pensieri fossero delle mutande. Apri il cassetto, scegli quelle pulite, le infili e il problema è risolto. Da oggi pensi positivo. Da oggi sei focalizzato. Da oggi sei una versione migliore di te stesso.

Magari fosse così.

La verità, amico mio, è che anche loro lo sanno. Lo sanno benissimo che quando ti manca il respiro perché i conti non tornano, certi pensieri si attaccano alla mente come la muffa a un muro umido. Lo sanno che quando perdi una persona importante, il dolore non sparisce perché hai letto una frase motivazionale su Instagram. E lo sanno che non basta ripetersi che andrà tutto bene per ritrovare quella serenità familiare che magari insegui da anni senza riuscire ad afferrarla.

Lo sanno eccome.

Per questo, quando ascolto certi discorsi costruiti come se la sofferenza umana fosse soltanto un problema di atteggiamento mentale, non riesco a prenderli troppo sul serio. Perché la vita reale non funziona così. La vita reale è fatta di paure, stanchezza, preoccupazioni, delusioni, responsabilità e notti in cui il sonno non arriva quando dovrebbe.

Eppure c’è chi continua a vendere l’idea che basti cambiare il dialogo interiore per cambiare il mondo esteriore.

Alcuni arrivano perfino a convincere sé stessi di questa recita. Altri, invece, sanno benissimo quanto sia pesante la maschera che indossano ogni giorno. Tanto che, non di rado, dietro l’immagine pubblica dell’uomo invincibile o del motivatore instancabile si nascondono fragilità che il pubblico non vedrà mai.

Perché mantenere viva una finzione ventiquattr’ore su ventiquattro richiede un prezzo. E quel prezzo, prima o poi, qualcuno lo paga.

Non sei rotto: stai attraversando una tempesta

È proprio questo l’inganno che vorrei denunciare con questo articolo. Non per offrirti una nuova teoria da sostituire alle vecchie, ma per aiutarti a guardare la tua situazione da una prospettiva diversa.

Perché no, non credo che sia necessariamente colpa tua se non riesci ad avanzare come vorresti.

La costruzione di un nuovo percorso di vita non assomiglia affatto al montaggio di un mobile Ikea. Non esiste un manuale universale con istruzioni identiche per tutti. Non basta seguire una sequenza di passaggi per ottenere il risultato promesso.

Di mezzo ci sono le emozioni. Ci sono le ferite che ti porti dietro. Ci sono i rapporti familiari, le responsabilità, le paure, i rimpianti, le delusioni, le aspettative tradite. Di mezzo, in altre parole, c’è la vita. E la vita è infinitamente più complessa di quanto certi slogan motivazionali vogliano farci credere.

Come faccio a saperlo?

Be’, tanto per cominciare, sono un uomo di cinquantatré anni. Negli ultimi anni ho affrontato lutti e perdite che mi hanno cambiato profondamente. Eventi che hanno lasciato un segno nel mio modo di vedere le cose, nel mio lavoro, nella mia creatività e persino nell’energia con cui affronto le giornate.

Ma non è soltanto una questione personale.

Da anni lavoro con persone che hanno superato i cinquanta. Uomini e donne che si rivolgono a me per sviluppare progetti, costruire attività online o semplicemente rimettere ordine in una fase della loro vita. E settimana dopo settimana mi raccontano le loro storie.

Storie di figli che se ne sono andati di casa. Di genitori malati da assistere. Di matrimoni che attraversano momenti difficili. Di pensioni che si avvicinano troppo in fretta. Di paure economiche. Di solitudine. Di sogni rimasti nel cassetto per decenni.

Quando ascolti centinaia di storie come queste, inizi a capire una cosa fondamentale: la maggior parte delle persone non è bloccata perché manca di disciplina, di motivazione o di mindset.

Molto spesso è bloccata perché sta cercando di attraversare una tempesta mentre qualcuno, dalla riva, continua a urlarle che dovrebbe semplicemente remare più forte.

I guru della devastazione e il furto del significato del successo

Per questo conosco molto bene quella particolare condizione mentale in cui, anche quando sai perfettamente cosa dovresti fare, non riesci a trovare dentro di te le energie necessarie per farlo.

Non sto parlando della pigrizia. Non sto parlando della mancanza di volontà.

Sto parlando di quei periodi della vita in cui la mente sembra diventare il tuo peggior critico. Al mattino ti viene un’idea che ti sembra interessante, utile, perfino promettente. Ti immagini di svilupparla, di trasformarla in un progetto, di metterla finalmente alla prova. Poi passano poche ore e quella stessa idea ti appare improvvisamente ridicola, inutile, destinata al fallimento. Così la metti da parte. E la settimana successiva fai la stessa cosa con un’altra idea. E quella dopo ancora. Fino a quando non inizi a dubitare non soltanto dei tuoi progetti, ma della tua capacità stessa di costruire qualcosa di buono.

Sai perché succede?

Perché negli ultimi vent’anni siamo stati immersi in una cultura che ha progressivamente deformato il significato stesso della parola successo.

Io li chiamo i guru della devastazione.

Sono quelli che hanno trasformato ogni attività umana in una gara di fatturato. Quelli che hanno ridotto il valore di una persona alla dimensione del suo conto corrente. Quelli che ti hanno insegnato a guardare ogni progetto con gli occhi di una multinazionale e non con quelli di un essere umano che cerca semplicemente di costruirsi una vita dignitosa e serena.

Per loro bisogna sempre scalare, sempre crescere, sempre moltiplicare, sempre rincorrere numeri più grandi.

In questo racconto distorto della realtà, una persona che riesce a guadagnare tremila euro al mese grazie al proprio blog, lavorando da casa, gestendo il proprio tempo e vivendo una vita compatibile con i propri valori, viene quasi considerata un fallito. Uno che non ce l’ha fatta davvero. Uno che si è fermato troppo presto.

E questa, permettimi di dirtelo, è una delle più grandi idiozie che il mercato della crescita personale abbia prodotto.

Perché mentre ti convincono che dovresti puntare al milione, riescono a farti sentire povero perfino quando hai costruito qualcosa che milioni di persone non riusciranno mai a costruire.

Ed è proprio questo che hanno fatto.

Hanno preso una delle idee più affascinanti che internet avesse portato con sé — la possibilità di lavorare meno, vivere meglio, recuperare tempo per sé stessi e per le persone che si amano — e l’hanno trasformata nell’esatto contrario.

L’idea originale era bellissima: costruire un’attività sostenibile, guadagnare abbastanza, liberarsi da una vita che non si desiderava, riappropriarsi del proprio tempo, avere più spazio per la famiglia, per gli amici, per le passioni e per la propria salute.

A un certo punto, però, qualcosa si è rotto.

La libertà è stata sostituita dall’ossessione per la crescita.

Il benessere è stato sostituito dall’accumulazione.

La qualità della vita è stata sostituita dall’esibizione dei risultati.

E così ci siamo ritrovati in un mercato popolato da persone che non parlano più di come vivere meglio, ma soltanto di come fatturare di più. Da un certo momento storico in avanti, il messaggio è diventato sempre lo stesso: più grande, più veloce, più ricco, più aggressivo.

Sempre di più. Mai abbastanza.

Naturalmente esistono eccezioni. Esistono professionisti seri, consulenti preparati e formatori che hanno realmente qualcosa da insegnare. Persone che hanno costruito competenze autentiche e che mettono quelle competenze al servizio degli altri.

Ma al di là delle singole persone, ciò che vedo oggi è un panorama che spesso assomiglia più a una gara di esibizionismo che a un ambiente dedicato alla crescita. Una sfilata permanente di ego. Una competizione infantile in cui sembra che il valore di un individuo debba essere misurato esclusivamente dal denaro che dichiara di aver guadagnato.

E quando una comunità inizia a ragionare soltanto in questi termini, parlare di crescita umana diventa quasi impossibile. Perché la crescita umana richiede ascolto, empatia, dubbi, fragilità, consapevolezza. Richiede il coraggio di ammettere che non tutto può essere ridotto a una tabella Excel.

Quando invece ogni conversazione finisce inevitabilmente sui soldi, sui numeri e sulle classifiche, il rischio è che si perda di vista proprio ciò che dovrebbe essere al centro di tutto: la persona.

E quando la persona scompare, resta soltanto il personaggio.

Nel 2007 cercavo una cosa sola: la libertà

Io, invece, ricordo benissimo i miei tempi.

Ricordo il 2007, l’anno in cui ho iniziato a fare business online. E sai qual è la cosa che più mi viene in mente quando penso a quel periodo?

La felicità.

Non i fatturati. Non le strategie. Non i lanci. Non le conversioni.

La felicità.

Perché per la prima volta nella mia vita vedevo davanti a me la possibilità concreta di mandare a quel paese gli uffici, le scrivanie, gli orari imposti, le formalità inutili e quel modo di lavorare che sentivo sempre più distante da ciò che desideravo davvero.

E finalmente potevo mettermi in pantofole. Sì, hai capito bene: in pantofole.

Oggi sembra quasi una battuta, ma allora rappresentava molto più di una semplice comodità. Era un simbolo. Il simbolo della libertà che stavo cercando. Potevo lavorare da casa, pranzare con la mia famiglia, vedere crescere i miei figli senza dover rincorrere i ritagli di tempo. Potevo essere presente.

E così ho fatto.

Mi sono goduto mia moglie. Mi sono goduto i miei figli. Mi sono goduto le colazioni lente, i pranzi insieme, le giornate vissute senza la sensazione di stare sempre correndo verso il prossimo appuntamento.

Quella era la mia idea di successo.

Non una Lamborghini parcheggiata davanti a casa. Non una fotografia scattata in business class. Non uno screenshot del conto corrente pubblicato sui social. La possibilità di vivere accanto alle persone che amavo. Perché alla fine, se devo essere sincero, era questo il traguardo che stavo inseguendo fin dall’inizio. Non diventare più ricco degli altri.

Diventare più presente nella mia stessa vita.

Ecco perché, quando oggi mi guardo attorno e vedo certi personaggi gridare al milione in ogni video, non provo invidia. Non provo nemmeno ammirazione.

Provo soprattutto distanza.

Li ascolto parlare di team sempre più grandi, di strutture sempre più complesse, di uffici sempre più prestigiosi, di collaboratori da assumere, di aziende da scalare e di imperi da costruire. E ho l’impressione che molti di loro abbiano completamente dimenticato la domanda più importante di tutte.

Perché hai iniziato?

Perché hai deciso di metterti in proprio?

Perché hai scelto una strada diversa da quella tradizionale?

Io la risposta la ricordo ancora benissimo.

L’ho fatto per la libertà.

L’ho fatto per poter gestire il mio tempo. L’ho fatto per essere presente nella vita delle persone che amo. L’ho fatto per costruire un lavoro che fosse al servizio della mia vita, e non una vita al servizio del mio lavoro.

Per questo, ogni volta che sento qualcuno sostenere che non sei abbastanza se non hai venti collaboratori, un fatturato a sei zeri o una struttura aziendale degna di una multinazionale, mi viene spontaneo sorridere.

Perché so che quella non è l’unica strada possibile. E, soprattutto, so che non è la strada che tutti desiderano percorrere.

Il web è cambiato, questo è fuori discussione.

È cambiato profondamente rispetto al 2007. È più affollato. Più competitivo. Più rumoroso. E forse anche più confuso.

Ma nonostante tutto, continua a offrire qualcosa di straordinario. Continua a permettere a persone comuni di condividere competenze, passioni, esperienze e conoscenze. Continua a creare opportunità che, fino a pochi decenni fa, sarebbero state impensabili. Continua a essere un luogo in cui un individuo può costruire qualcosa di suo, senza dover chiedere il permesso a nessuno.

E questa, per quanto mi riguarda, resta la parte più bella della storia.

Perché al di là delle mode, dei guru, delle piattaforme che cambiano e delle promesse miracolose che si susseguono, il cuore della questione è rimasto lo stesso.

Se hai un’idea chiara, qualcosa in cui credi davvero e la pazienza di costruirla un passo alla volta, il web può ancora diventare il luogo in cui dare forma a un nuovo percorso di vita.

Non necessariamente più ricco.

Non necessariamente più famoso.

Ma forse più libero.

E qualche volta, credimi, è proprio la libertà la forma più alta di successo che una persona possa raggiungere.

La tua dieta informativa comincia oggi

Molti anni fa, nel suo libro 4 ore alla settimana, Tim Ferriss parlava di dieta informativa. Consigliava ai lettori di limitare il consumo compulsivo di notizie, di smettere di riempire la mente di informazioni inutili e ansiogene che non miglioravano in alcun modo la qualità della loro vita.

Ecco, io oggi vorrei suggerirti qualcosa di simile.

Hai bisogno anche tu di una dieta informativa.

Ma il taglio, almeno per un po’, dovrebbe riguardare un’altra categoria di contenuti: quelli prodotti da questi professionisti dell’agitazione permanente, persone che hanno trasformato il business, la crescita personale e perfino la felicità in una competizione senza fine.

Smetti di ascoltarli per qualche mese. Smetti di misurare la tua vita con il loro metro. Smetti di confrontare il tuo percorso con le loro promesse e di chiederti perché non stai correndo alla loro velocità. Perché forse il problema non è che tu stia andando troppo piano. Forse il problema è che stai ascoltando persone che corrono verso una destinazione che non ti interessa nemmeno raggiungere.

Torna alla dolce idea del downshifting. Torna all’idea che una vita possa essere giudicata anche dalla serenità che contiene, non soltanto dal denaro che produce. Torna all’idea che esistano stagioni in cui bisogna costruire e stagioni in cui bisogna guarire.

Perché il dolore che porti dentro non se ne va con una frase motivazionale. Non se ne va con un video di trenta secondi. Non se ne va con le parole del cazzo di qualche formatore che pretende di spiegarti la vita senza conoscere la tua storia.

Ci sono ferite che hanno bisogno di tempo. Ci sono delusioni che hanno bisogno di tempo. Ci sono lutti, separazioni, paure e fallimenti che hanno bisogno di tempo.

E il tempo non è un difetto del processo. Il tempo è il processo.

Perciò smetti di trattarti come un progetto da ottimizzare e torna a trattarti come un essere umano. Prenditi il tempo che serve. Respira. Continua a camminare, anche lentamente.

E ricorda una cosa che oggi forse fai fatica a credere, ma che la vita mi ha insegnato più volte: ciò che stai attraversando non durerà per sempre.

Passerà.

Non oggi. Non domani. Forse nemmeno quando vorresti tu.

Ma passerà.

Ed è questo che volevo dirti fin dall’inizio.

E allora armati di una cosa che oggi sembra quasi fuori moda: il buon senso. Non devi fare miracoli. Non devi forzarti a correre quando fai fatica perfino a camminare. Non devi dimostrare nulla a nessuno. Preparati semplicemente ad affrontare la salita quando ti sentirai meglio.

Perché ti sentirai meglio.

Te lo dico non perché abbia una sfera di cristallo, ma perché la vita funziona così. È fatta di cicli, di alti e bassi, di stagioni luminose e di stagioni buie. E quando ti trovi nel punto più basso hai sempre la sensazione che sarà così per sempre.

Ma non è mai così.

A volte basta una telefonata, una conversazione inattesa, una buona notizia, una mail che non ti aspettavi, un incontro, un libro, perfino un semplice post letto nel momento giusto. A volte basta molto meno di quanto immaginiamo per interrompere la fase più acuta della sofferenza.

E quando tornerai a vedere un po’ di luce — fosse anche soltanto quella di una buona giornata dopo tante giornate difficili — allora sarà il momento di raccogliere le energie e tornare a guardare avanti. Non con l’ansia di conquistare il mondo, non con la smania di recuperare il tempo perduto, non con la paura di essere rimasto indietro, ma con una visione semplice e umana di ciò che desideri costruire.

Se vuoi creare un business online, costruiscilo. Ma costruiscilo fuori dagli schemi malati che hai visto propagandare per anni. Non devi costruire palazzi. Non devi esibire fatturati. Non devi mostrare estratti conto. Non devi guadagnare trentamila euro al mese per sentirti autorizzato a parlare, insegnare o condividere ciò che sai.

Là fuori esistono migliaia di persone che non stanno cercando un milionario da imitare. Stanno cercando qualcuno che le capisca, qualcuno che abbia una prospettiva diversa, qualcuno che possa offrire una soluzione, una guida, un’esperienza, una parola di conforto o semplicemente una direzione.

Lavora per loro.

Lavora con serenità. Lavora con pazienza. E soprattutto, lavora quando sentirai di avere davvero le energie per farlo.

Perché ogni sforzo compiuto mentre stai ancora soffocando sotto il peso dell’angoscia rischia di trasformarsi nell’ennesima prova fallita da aggiungere alla lista. E non è questo ciò di cui hai bisogno adesso.

Hai bisogno di respirare. Hai bisogno di guarire. Hai bisogno di tornare a fidarti di te stesso.

E no, non c’è nulla di sbagliato in te se hai un cuore sensibile. Non c’è nulla di sbagliato in te se certe dinamiche ti disgustano. Non c’è nulla di sbagliato in te se non ti riconosci in questo circo rumoroso popolato da persone che sembrano aver trasformato la vita in una gara permanente.

Tu sei quello che sei.

Ed è più che sufficiente.

Anzi, sospetto che il tuo problema non sia mai stato ciò che sei. Forse il problema è che per troppo tempo hai lasciato che fossero gli altri a dirti ciò che avresti dovuto essere.

Il giorno in cui smetterai di ascoltare quelle voci e ricomincerai ad ascoltare la tua, avrai già compiuto il primo passo verso la luce.

Un grande in bocca al lupo.

Dal tuo Zio Carlo.

Domande frequenti

Come uscire da un periodo difficile quando non hai più energie?
La prima cosa da fare è smettere di colpevolizzarti. Molte persone attraversano fasi della vita in cui lutti, problemi familiari, difficoltà economiche o delusioni consumano gran parte delle energie mentali. In questi momenti non serve forzarsi a correre più forte, ma recuperare lucidità, serenità e fiducia. La ripartenza arriva quasi sempre dopo una fase di recupero, non durante lo sforzo disperato.
Perché mi sento bloccato anche se continuo a impegnarmi?
Perché il blocco non dipende sempre dalla pigrizia o dalla mancanza di volontà. A volte nasce dalla stanchezza emotiva, dall'ansia, dalla paura di sbagliare o da aspettative irrealistiche. Quando una persona vive sotto pressione per troppo tempo, può arrivare a dubitare perfino delle proprie idee migliori. È una condizione più comune di quanto si pensi.
I guru della crescita personale possono peggiorare il senso di inadeguatezza?
In alcuni casi sì. Quando il messaggio dominante è che devi sempre produrre di più, guadagnare di più e ottenere risultati sempre maggiori, è facile sentirsi inadeguati. Il problema nasce quando il successo viene misurato soltanto in termini economici, ignorando aspetti fondamentali come la salute, il tempo libero, le relazioni e la qualità della vita.
È ancora possibile costruire un business online senza inseguire il mito del milione?
Assolutamente sì. Esistono migliaia di persone che utilizzano il web per creare attività sostenibili, compatibili con i propri valori e con il proprio stile di vita. Non tutti desiderano costruire grandi aziende o gestire decine di collaboratori. Per molti, il vero successo consiste nel poter lavorare con serenità, gestire il proprio tempo e vivere più vicino alle persone che amano.
Carlo D'Angiò

Carlo D'Angiò

Proprietario di questo sito e creatore di Carlissimo Me

19 anni di blogging e infomarketing. Decine di eBook scritti, venduti… e puntualmente scopiazzati da chi non ha più un’idea manco sotto tortura. Corsi che hanno generato milioni, e centinaia di webinar dove ho visto tutto: chi vola, chi si schianta, chi riappare anni dopo dicendo “avevi ragione tu”.

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2 Commenti

  1. Nella Fornerone

    Carlo, che dire? il tuo acume, la tua intelligenza, il tuo sarcasmo e, prima di tutto, il tuo coraggio. Il tuo coraggio nel fare la radiografia della società, della vita, dell’insieme dell’umanità, ti contraddistinguono da sempre. Il tuo coraggio di focalizzare l’attenzione dove serve. Sei unico. Tutto detto. GRAZIE!

    Rispondi
    • Carlo D'Angiò

      Grazie, Nella.

      In realtà non so se ci voglia coraggio. Credo che, arrivati a una certa età, diventi semplicemente più difficile fare finta di non vedere certe cose.

      Negli anni ho imparato che dietro molti fallimenti, molti blocchi e molte sofferenze non ci sono persone pigre o incapaci, ma esseri umani che stanno combattendo battaglie che nessuno vede.

      È una questione di età e di esperienze. Chi non ci passa, non può capirlo. Ma con l’età ci passiamo tutti. E allora lo capiranno.

      Rispondi

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