Ho aperto un laboratorio. E non è andata come pensavo.
Qualche settimana fa ho aperto il Laboratorio Mensile di Zio Carlo. L’idea era semplice. Da anni creo corsi, webinar, guide, workshop e percorsi formativi. Sono strumenti utilissimi quando bisogna trasferire competenze, insegnare un metodo o spiegare un processo. Ma sentivo che mancava qualcosa. Mi mancava uno spazio più lento. Uno spazio in cui non ci fosse necessariamente una lezione da seguire, una scaletta rigida da rispettare o un argomento già confezionato dall’inizio alla fine. Uno spazio dove poter ragionare insieme.
Così è nato il laboratorio (clicca qui per saperne di più).
Il primo incontro si è svolto il 18 maggio e, curiosamente, abbiamo dedicato gran parte del tempo a fare una cosa che inizialmente non avevo previsto: conoscerci. C’erano professionisti, creatori di contenuti, persone che stanno costruendo un progetto online, altre che stanno cercando di capire quale direzione prendere. Alcuni avevano già un’attività avviata. Altri erano ancora nella fase delle domande.
Più ascoltavo le loro storie, più mi rendevo conto che sarebbe stato un errore partire subito con lezioni e formule. Prima dovevo capire chi avevo davanti. Quali problemi stavano affrontando. Quali dubbi li accompagnavano. Quali obiettivi stavano cercando di raggiungere.
In fondo, è proprio questa una delle idee che mi hanno spinto a creare il laboratorio. Credo che stiamo entrando in una fase diversa dell’infomarketing. Una fase in cui le persone non cercano soltanto informazioni. Quelle, ormai, sono ovunque. Cercano confronto. Contesto. Esperienza. Domande intelligenti.
E, soprattutto, cercano luoghi in cui sia possibile discutere apertamente di ciò che funziona, di ciò che non funziona e delle difficoltà che incontriamo mentre cerchiamo di costruire qualcosa di nostro.
Grok AI
Moneyball Infomarketing
Avatar da sei cifre
Siti Web per Consulenti
Autorità semantica
NotebookLM e Fumetti
6 Milioni di Copie Senza Amazon
Sotto il gesso
Innesco affettivo
ChatGPT Look Studio — Registrazione completa del Workshop
Da quel primo incontro è nato anche un gruppo riservato. E quasi ogni mattina, quando il tempo me lo permette, provo a lanciare una piccola scintilla. A volte una domanda. A volte una provocazione. A volte un articolo.
Non immaginavo che uno di questi articoli avrebbe dato origine a uno dei dibattiti più interessanti emersi finora nel laboratorio.
La scintilla che ha acceso il dibattito
Qualche giorno dopo il primo incontro ho condiviso nel gruppo un articolo dal titolo Anti-posizionamento e risonanza. L’avevo scritto partendo da un’osservazione che faccio sempre più spesso nel mondo della formazione, del personal branding e della creazione di contenuti.
Molte persone iniziano chiedendosi “Come devo posizionarmi?”, “Quale nicchia devo scegliere?”, “Che immagine devo dare di me?”, “Cosa vuole il mercato?”.
Sono domande legittime. Ma ho l’impressione che, in molti casi, arrivino troppo presto.
Nell’articolo sostengo una tesi piuttosto semplice. Forse persino scomoda. L’idea che il problema non sia trovare un posizionamento. Il problema, semmai, è capire chi sei. Perché se non sai chi sei, qualunque posizionamento rischia di diventare una maschera. E le maschere, prima o poi, presentano il conto.
Nell’articolo parlavo di risonanza. Di quella strana dinamica per cui alcune persone riescono ad attirare attorno a sé una comunità non perché abbiano studiato il miglior schema di marketing possibile, ma perché esiste una forte coerenza tra ciò che pensano, ciò che fanno e ciò che comunicano.
In altre parole, la mia tesi era questa: prima viene l’identità. Poi viene il pubblico. Prima viene la voce. Poi arrivano le persone che riconoscono quella voce come familiare.
Non stavo dicendo che il mercato sia irrilevante. Non stavo dicendo che bisogna ignorare i bisogni delle persone. E non stavo nemmeno sostenendo che basti “essere sé stessi” per costruire un business.
Ma evidentemente l’articolo aveva toccato un nervo scoperto. Perché nel giro di poche ore il gruppo ha iniziato a discuterne con grande partecipazione.
E, leggendo gli interventi, mi sono reso conto che dietro il tema del posizionamento si nascondeva una domanda molto più profonda. Una domanda che riguarda praticamente chiunque stia cercando di costruire qualcosa online.
Ed è proprio da lì che è nato il tema del prossimo incontro del laboratorio.
Due visioni che sembravano incompatibili
La cosa interessante è che nessuno, nel gruppo, stava dicendo qualcosa di assurdo. Anzi. Più leggevo gli interventi, più mi rendevo conto che entrambe le posizioni contenevano una parte di verità. Da una parte c’era chi sosteneva che le persone seguono chi possiede una voce riconoscibile. Chi riesce a comunicare un punto di vista autentico. Chi smette di inseguire le mode e inizia a esprimere con chiarezza ciò che pensa.
Secondo questa visione, le community non nascono perché qualcuno ha trovato la nicchia perfetta. Nascono perché qualcuno ha il coraggio di essere riconoscibile. Di mostrare una personalità. Di prendere posizione. Di diventare memorabile.
Dall’altra parte, però, emergeva un’obiezione altrettanto legittima.
Tutto molto bello. Ma poi bisogna anche pagare le bollette.
In altre parole: se una persona parte da zero, può davvero permettersi di ignorare il mercato? Può davvero costruire un progetto limitandosi a seguire la propria inclinazione naturale? Oppure, almeno all’inizio, deve necessariamente adattarsi a ciò che le persone cercano, desiderano e sono disposte a comprare?
Più la discussione andava avanti, più mi rendevo conto che il tema non era il posizionamento. E non era nemmeno il marketing.
Sotto la superficie si stava muovendo qualcosa di molto più profondo. Da una parte c’era la paura di perdere sé stessi. Di diventare una copia. Di costruire un personaggio soltanto per ottenere attenzione. Dall’altra c’era la paura opposta. La paura di restare fedeli a sé stessi e scoprire che a nessuno interessa. La paura di parlare nel vuoto. Di creare qualcosa di autentico che però non genera alcun risultato.
Ed è stato in quel momento che ho capito una cosa. Il gruppo non stava discutendo di strategie. Stava discutendo di identità. Perché, se togliamo tutti i tecnicismi, tutte le parole del marketing e tutte le etichette, la domanda che aleggiava nella conversazione era molto semplice:
È possibile restare sé stessi senza compromettere la sostenibilità economica del proprio progetto?
E credo che questa sia una delle domande più importanti che un autore, un consulente, un professionista o un creatore di contenuti possa porsi oggi.
Per prepararmi al laboratorio ho fatto una cosa
Quando il dibattito si è concluso, mi sono reso conto che non avevo voglia di rispondere basandomi soltanto sulla mia esperienza personale. Per quanto vent’anni di attività online possano insegnare molte cose, esiste sempre il rischio di confondere ciò che ha funzionato per noi con una regola universale.
Così ho deciso di fare una cosa diversa. Ho preso la domanda emersa nel gruppo e l’ho letteralmente sbattuta contro la letteratura internazionale. Psicologia. Sociologia. Marketing. Leadership. Community building. Personal branding. Comportamento dei consumatori. Costruzione della fiducia.
In pratica, ho cercato di capire se qualcuno, prima di noi, si fosse già posto la stessa domanda. E soprattutto se esistessero evidenze capaci di andare oltre le opinioni personali.
La domanda era semplice:
È possibile restare fedeli alla propria identità senza compromettere la sostenibilità economica del proprio progetto?
Oppure, detta in modo ancora più diretto:
Chi costruisce una community e un business duraturo ha successo perché si adatta alle aspettative del mercato oppure perché sviluppa una voce autentica capace di generare risonanza?
Non cercavo conferme alle mie idee. Anzi. La parte più interessante della ricerca era proprio questa. Trovare eventuali prove contrarie. Scoprire se esistessero studi, modelli o evidenze in grado di smontare completamente la tesi dell’articolo Anti-posizionamento e risonanza.
Perché, se una convinzione resiste anche alle migliori obiezioni, allora probabilmente vale la pena prenderla sul serio. E alcune delle conclusioni che ho trovato mi hanno sorpreso più di quanto immaginassi.
La scoperta che ha cambiato tutto
Tra tutte le cose emerse dalla ricerca, ce n’è stata una che mi ha colpito più delle altre. Perché ha cambiato completamente il modo in cui guardavo al dibattito. Per anni ho sentito ripetere una frase che probabilmente hai sentito anche tu: “Bisogna essere autentici.”
Bella frase. Peccato che quasi nessuno spieghi cosa significhi davvero. Molte persone interpretano l’autenticità come spontaneità. Pensano che essere autentici significhi dire sempre tutto. Mostrare tutto. Raccontare ogni emozione. Condividere ogni dettaglio della propria vita. Non filtrare nulla. Non pianificare nulla. Agire sempre d’impulso.
Ma la letteratura che ho consultato racconta una storia molto diversa. L’autenticità non coincide con la spontaneità.
Anzi.
Gli studi mostrano che le persone tendono ad apprezzare la spontaneità assoluta quando cercano intrattenimento, ma iniziano a percepirla come impreparazione, inaffidabilità o superficialità quando devono affidare a qualcuno il proprio denaro, il proprio tempo o un problema importante da risolvere.
In altre parole, non ci fidiamo di chi sembra recitare un copione. Ma non ci fidiamo nemmeno di chi improvvisa continuamente. E qui arriva il punto interessante.
La ricerca parla piuttosto di consapevolezza. Di coerenza. Di quella che alcuni autori definiscono una sorta di “spontaneità controllata”.
Un’espressione che all’inizio mi è sembrata quasi una contraddizione. Poi ho capito. Essere autentici non significa mostrare tutto di sé. Significa mostrare parti vere di sé.
E questa differenza cambia tutto. Pensaci. Nella vita reale non racconti le stesse cose a tua moglie, a tuo figlio, al tuo medico, a un cliente o a un amico d’infanzia. Eppure non stai fingendo con nessuno di loro. Stai semplicemente mettendo in evidenza aspetti diversi della stessa persona.
È qui che la ricerca ha iniziato a illuminare il dibattito nato nel laboratorio. Forse il problema non è scegliere tra autenticità e strategia. Forse il problema nasce quando confondiamo l’autenticità con l’assenza di qualunque filtro.
Per questo, tra tutte le note che ho preso durante la ricerca, ce n’è una che ho sottolineato più volte.
L’autenticità non consiste nel mostrare tutto di sé. Consiste nel non mostrare mai qualcosa che non si è.
Più ci rifletto e più penso che questa frase racchiuda il cuore dell’intera discussione. Perché permette di essere autentici senza diventare ingenui. E permette di essere professionali senza trasformarsi in un personaggio.
Il problema non è il mercato
A questo punto qualcuno potrebbe pensare che la conclusione sia semplice. Se l’autenticità conta così tanto, allora il mercato non conta. Ma sarebbe un errore. E anche piuttosto costoso. Perché il mercato non è il nemico. Non lo è mai stato. Il mercato è semplicemente l’insieme delle persone che hanno problemi, desideri, bisogni, paure, aspirazioni e obiettivi. Ignorarlo completamente significa chiudersi in una stanza, parlare da soli e poi lamentarsi perché nessuno ascolta.
Se scrivo un libro, creo un corso, apro un blog o lancio un servizio, devo necessariamente confrontarmi con la realtà. Devo capire cosa interessa alle persone. Quali problemi stanno cercando di risolvere. Quali parole usano. Quali ostacoli incontrano.
Da questo punto di vista, il mercato è una fonte di informazioni preziosa. Il problema nasce quando da fonte di informazioni diventa fonte di approvazione. Quando smettiamo di ascoltarlo e iniziamo a compiacerlo.
È una differenza sottile. Ma enorme.
Ascoltare il mercato significa comprendere le persone. Compiacere il mercato significa modificare continuamente sé stessi per ottenere consenso. Nel primo caso stai raccogliendo dati. Nel secondo stai cedendo il volante.
Ed è qui che molte persone iniziano lentamente a perdere la propria voce. Un po’ alla volta. Un titolo copiato. Un’opinione addolcita. Una posizione evitata per non disturbare. Un contenuto pubblicato soltanto perché sta funzionando per qualcun altro. Finché, senza accorgersene, iniziano a somigliare a tutti gli altri.
La ricerca che ho consultato suggerisce una strada diversa. Le persone che costruiscono community forti e durature non ignorano il mercato. Lo ascoltano. Lo osservano. Lo studiano. Ma non gli delegano la propria identità. Comprendono i bisogni delle persone senza permettere che quei bisogni riscrivano continuamente chi sono.
E credo che sia proprio qui il punto centrale dell’intero dibattito. Non nella contrapposizione tra autenticità e marketing. Ma in una domanda molto più utile.
Dove finisce l’adattamento intelligente e dove inizia il compiacimento?
Perché adattare il linguaggio non significa tradire i propri valori. Cambiare una copertina non significa cambiare la propria identità. Scegliere un titolo più efficace non significa vendersi. Ma esiste una linea invisibile oltre la quale non stiamo più comunicando meglio ciò che siamo. Stiamo diventando ciò che pensiamo gli altri vogliano vedere.
Ed è proprio quella linea che proveremo a esplorare insieme durante il laboratorio del 15 giugno.
Di cosa parleremo il 15 giugno
Tutto questo ci porta al tema del prossimo incontro del Laboratorio Mensile di Zio Carlo.
Il 15 giugno, alle ore 21:00, dedicherò la prima parte della serata a questa domanda:
È possibile restare fedeli a sé stessi senza compromettere la sostenibilità economica del proprio progetto?
Non sarà una lezione teorica. E non sarà nemmeno una conferenza motivazionale sull’autenticità. Cercheremo invece di capire cosa emerge quando mettiamo insieme esperienza sul campo, psicologia, marketing, leadership e costruzione delle community.
Durante il mio intervento iniziale, che durerà circa mezz’ora, affronteremo cinque punti.
1. Autenticità non significa spontaneità
Perché dire tutto ciò che ci passa per la testa non è necessariamente una forma di autenticità. E perché la coerenza vale molto più dell’impulsività.
2. Esprimere la propria identità non significa ignorare il mercato
Ascoltare le persone è fondamentale. Diventare una copia delle loro aspettative è un’altra cosa.
3. Perché le persone si fidano di chi appare coerente
Vedremo perché la fiducia nasce dalla congruenza tra ciò che una persona dice, ciò che fa e ciò che rappresenta.
4. La differenza tra adattamento e compiacimento
Probabilmente il punto più importante dell’intera serata. Perché è qui che si gioca l’equilibrio tra efficacia e integrità personale.
5. Come costruire una community senza diventare una copia
Parleremo di risonanza, differenziazione, identità e del motivo per cui alcune persone riescono ad attrarre una comunità fedele senza inseguire continuamente le mode del momento.
Dopo questa prima parte inizierà ciò che, personalmente, considero l’aspetto più prezioso del laboratorio. Le domande. I confronti. I casi reali. I progetti dei partecipanti. I dubbi pratici. Le situazioni concrete che ciascuno sta vivendo nel proprio percorso.
Come già avvenuto nel primo incontro, useremo il resto del tempo per lavorare insieme sui temi che emergeranno dal gruppo, senza una scaletta rigida e senza argomenti imposti.
Perché spesso una domanda reale vale più di dieci lezioni preparate a tavolino.
Se questi sono temi che ti interessano e senti il bisogno di confrontarti con altre persone che stanno costruendo un progetto, una community o un’attività online, sappi che nel laboratorio c’è ancora posto.
Puoi trovare tutte le informazioni qui:
👉 https://www.carlodangio.com/laboratorio-mensile-di-zio-carlo/
Ci vediamo il 15 giugno alle 21:00.


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