Federico II di Svevia era in sella al suo cavallo. Attraversava Villafranca, un feudo medievale siciliano, lungo la riva di un fiume insieme ai suoi soldati. Con lui c’era anche Tommaso d’Aquino. Ammirava il paesaggio autunnale, le colline ondulate, il fogliame rossastro, quando all’improvviso notò sulla riva opposta del fiume un capannello di persone che urlavano e agitavano i pugni. Incuriosito, spronò il cavallo per giungere sul posto. Ma era difficile farsi spazio e capire cosa stesse succedendo.
Da lontano, al centro della ressa, vedeva una donna sofferente legata come un capretto. Attese ai margini, mentre uno dei suoi soldati saraceni scese da cavallo e si mischiò nella folla per acquisire informazioni.
Nel frattempo, arrivarono tutti gli uomini della sua scorta imperiale a cavallo. Anche per questo le persone si accorsero che Federico II di Svevia, Re delle due Sicilie e Imperatore di Germania, era lì a un passo da loro, e cominciarono a fare spazio alla colonna imperiale.
«Mio signore, stanno giudicando una donna per omicidio. Sostengono che abbia ucciso il figlioletto. La getteranno nel fiume, legata. Dicono che se sopravviverà, Dio avrà provato la sua innocenza».
Questa antica pratica, secondo cui la tua innocenza è dimostrata dal fatto di rimanere vivo dopo aver subito dolori e torture indicibili, era conosciuta con il nome di “ORDALIA”, ed era tanto assurda e disumana, quanto superstiziosa e tribale.
Oltretutto, Federico II, uomo di grande cultura e di larghe vedute, aveva severamente proibito nel suo regno l’uso di questa barbara e insensata procedura. Quindi, non solo salvò la donna, ordinando a quegli uomini di liberarla all’istante, ma scoprì che la stessa, oltre che essere vedova, era del tutto innocente. Non aveva ucciso il suo bambino, come sosteneva suo cognato, poiché il pargolo era semplicemente morto dopo pochi giorni dalla sua nascita a causa di una deformazione fisica. Alla fine, si capì che l’accusatore puntava all’eredità del fratello morto, marito della donna. E per questo aveva facilmente sobillato la folla superstiziosa contro quella povera vedova. Federico la liberò. La portò all’accampamento. E da infaticabile galantuomo quale è sempre stato la invitò a passare la notte con lui, tra gli agi e le attenzioni che poteva intuitivamente ricevere nella tenda dell’uomo più potente d’Italia.
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Mentre osservo il declino rapidissimo e inesorabile della scienza medica e della società, il deterioramento intellettuale e cognitivo delle persone, l’isteria di massa per le mascherine e per una pandemia senza malati, la violazione ripetuta e persino esplicita di leggi costituzionali e dei principi universalmente riconosciuti dei diritti dell’uomo, non ho potuto fare a meno di pensare all’ordalia, e di associare le due cose.
Chiunque sbraiti per una mascherina è parte di quel capannello di superstiziosi. Chiunque cerchi le distanze di sicurezza è un tribale con il pugno teso alla ricerca di una giustizia divina. E chiunque, ancora, obblighi un bambino a fare un tampone fasullo, o invochi un vaccino inutile e dannoso, o insegua gli asintomatici come lebbrosi, o sostenga questa demenziale narrazione e si renda complice di un crimine aberrante (quello della finta emergenza sanitaria mantenuta in vita con odioso accanimento per ragioni che non hanno nulla a che vedere con la salute dei cittadini), è visibilmente preda di un istinto senza logica o, peggio ancora, di una logica senza istinto.
Che dio ci salvi dalle ordalie.
PS. Estratto dal libro È tutto sbagliato, cap. 9, “Che Dio ci salvi dalle ordalie”.


Scrivi da Padreterno.
E ovviamente condivido anche il contenuto.
Siamo circondati! E’ una lotta ha chi ha il muso più duro!
Quando sono troppo stanca per farli sentire idioti gli rispondo con lo sguardo. A volte è meglio di mille parole.
Lungi da me mancare di rispetto a qualcuno ma abbiamo il dovere di difenderci.