Ogni fine settimana, in un rituale che ormai si ripete da qualche tempo, mi accingo a chiamare mio padre. La tecnologia ci permette di guardarci negli occhi. E lo preferisco, perché solo le parole, così spesso ingannevoli e sfuggenti, potrebbero celare insidie, angosce o problemi. Lo sguardo no. Lo sguardo dice tutto. Anche se mio padre, a volte, indossa gli occhiali scuri, come se volesse nascondere un’ombra che non vuole esporre.
Non sono l’unico a leggere nei silenzi. Lo fa anche lui con me. Un paio di settimane fa, con una voce carica di preoccupazione, mi chiese se fossi stanco. Risposi che non c’era motivo di preoccuparsi, perché quando vado nel bosco a fare legna, ovviamente mi stanco. Ma lui, evidentemente, non si riferiva alla stanchezza muscolare. L’avevo capito. Ma lasciai cadere la cosa.
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La conversazione poi si spostò su mia figlia Roberta che pochi giorni prima era stata da lui, dal nonno, portandogli in dono la tesi di laurea, simbolo di un impegno che s’incontrava con l’amore familiare. Mio padre, con quella voce che sa mescolare orgoglio e rassegnazione, disse:
Roberta è in gamba. Ci sa fare. Ed è fortunata, perché ha te, tua moglie… un tipo di fortuna che tu non hai avuto.
Sarà stato l’effetto della sua premura, così inaspettata per me, che già con la prima domanda sulla stanchezza mi aveva spiazzato, ma quando disse “un tipo di fortuna che tu non hai avuto”, ho dovuto far finta di cercare qualcosa per terra, per allontanarmi dallo schermo e non mostrare le lacrime che sentivo salire agli occhi.
È un vero peccato che un padre e un figlio debbano comunicare in modo così autentico e profondo solo in due fasi del rapporto: agli inizi, quando il figlio è piccolo, e alla fine, quando il padre è anziano. Di mezzo c’è tutta quella roba frenetica indotta dal sistema, con le sue logiche spietate, che allontana i cuori, crea filtri, maschere di apparenza, conflitti generazionali. È come se, lungo il percorso, si erigessero muri invisibili fatti di aspettative sociali e convenzioni, incapaci di comprendere che la sincerità di un abbraccio, anche solo virtuale, è il linguaggio universale che trascende ogni barriera.
Forse, in un futuro non troppo lontano, impareremo a riavvicinare i cuori, a superare quelle divisioni invisibili che ci separano. Forse riscopriremo che, al di là delle regole imposte, c’è una verità semplice e sincera: quella di un padre e di un figlio, uniti da un filo sottile e indissolubile, che non può essere spezzato né dal tempo, né dalla superficialità di un mondo in continuo cambiamento.
È vero, papà: non ho avuto quel tipo di fortuna. La strada che ho scelto, sin dalla più giovane età, mi ha costretto a percorrerla in solitudine, impedendoti di diventare quel mentore sempre presente che, forse, sognavi di essere. Ho dovuto imparare a cavarmela da solo, a scoprire i sentieri del mio destino senza una guida costante. Eppure, in quel cammino solitario, ho trovato altre ricchezze, inclusa quella di avere due genitori che non hanno mai cercato di soffocare le mie idee, permettendomi di esplorare il mondo a modo mio.
Non hai potuto offrirmi ciò che, forse, avevi immaginato o sperato di poter fare per me; ma è proprio questa assenza che alla fine è diventata libertà, una libertà che mi ha permesso di forgiare il mio carattere, di scoprire e rivelare quelle parti di me che sarebbero rimaste nell’ombra se non avessi avuto il coraggio di camminare da solo. In quella solitudine, in quel percorso impervio, ho trovato la mia forza, la mia identità, e in qualche modo, ho colmato quel vuoto con una luce che solo l’indipendenza può accendere.
Non so se questo può avere un qualche tipo di valore per chi legge, per i miei figli, ma so per certo che sono ciò che sono per le scelte che ho compiuto lungo il mio cammino.
Ho lottato, ho patito, ho faticato innumerevoli volte, e quasi sempre perché non mi sono adeguato a un sentiero tracciato da altri. Ho scelto, invece, di non allinearmi, perché la mia libertà mi ha permesso di intraprendere una via diversa, quella meno battuta, quella che altri figli, talvolta condizionati dai genitori, non oserebbero percorrere.
Ecco dunque la mia fortuna: seguire un destino non convenzionale. Ciò ha plasmato l’uomo che sono oggi.
Eh sì, forse sono un po’ stanco. Che vuoi che ti dica? Magari, comprerò anche per me degli occhiali scuri.









Caro Carlo in seguito a una grave perdita, come tu sai, ho cercato sollievo all’angoscia che mi attanaglia il cuore, e ho ottenuto delle risposte che mi hanno fatto scoprire che ognuno sceglie questa vita per rimediare, o imparare o compiere una missione.
Io credo che tuo padre stia adempiendo alla sua, e proprio per come lui ha vissuto e ha interagito con te, ha contribuito affinché tu potessi percorrere il tuo cammino ed evolvere all’uomo che sei.
Non ti è mancato niente, tuo padre, anche se non lo sa, ti ha dato esattamente ciò di cui avevi bisogno.
Non devono esserci rimpianti o sensi di colpa da parte di nessuno. Entrambi state adempiendo allo scopo per cui siete venuti a questo mondo.
Quando ce la sentiremo potremmo approfondire a voce.
Buona vita carissimo.
Cara Rosanna, grazie per le tue parole. Come ho ti ho già scritto in privato, “quando vuoi”, sono qua. Avvisami qualche giorno prima, e ci facciamo due chiacchiere.