Quel sabato mattina ero nel parcheggio del supermercato seduto in auto ad aspettare mia moglie. La intravedevo dalle vetrate del magazzino. Spingeva il carrello già mezzo pieno. Occhio e croce, erano già 70 euro di spesa.
Sono un esperto, oramai: euro più, euro meno, indovino il totale della spesa dal volume occupato dai pacchi e dalle buste nel carrello.
La mia è sempre stata una spesa importante. Ogni volta che la cassiera mi guarda a fine conta, non dice mai qualcosa del tipo “22 euro e 13 centesimi”, come accade al resto degli abitanti del pianeta. Con me si parte da 120 euro a salire. Che uno pensa: ok, avrai fatto la spesa per una settimana.
Magari fosse così. In realtà, si tratta semplicemente di una famiglia numerosa dove tutti, dico tutti, persino il cane, mangiano come se non ci fosse un domani.
Mi capita di sentire storie di figli che mangiano poco. Le ascolto sempre con grande attenzione e curiosità, come se fossero i racconti tramandati dinanzi al fuoco dai vecchi saggi di una tribù del nord America.
“Che bello”, penso in silenzio, “Ma esistono veramente storie di questo tipo?”. Perché pensando ai miei, mi sembra tutto così strano, così irreale, così utopistico.
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Tornando a quella mattina, tuttavia, mi accorsi di essere annoiato dall’attesa. Una noia strana. Era mista all’irrequietezza. Sentivo di dover fare altro.
Lanciai uno sguardo al cruscotto (nelle auto di una volta c’era il cruscotto). Adagiato di fianco ai fazzoletti di carta scorsi il mio vecchio Nokia, un telefono fighissimo: aveva il display grande e un tastierino con una specie di piccolo joystick al centro.
Non c’erano Facebook o Twitter o Tik Tok a quei tempi. Era dura ammazzare la noia in auto. Dopo esserti scaccolato bene bene, non rimaneva altro che scendere e fare due chiacchiere con il parcheggiatore abusivo.
Ma quella mattina ero irrequieto. E lo ero per un motivo molto semplice. La notte precedente, per la prima volta in assoluto nella mia vita, avevo configurato e lanciato una campagna AdWords che portava traffico sulla pagina di vendita del mio primissimo eBook, un PDF di circa 100 pagine che spiegava a quell’esercito sterminato di artisti e disegnatori come fare soldi online con i loro disegni e con la loro creatività.
I contenuti di quel PDF erano fantastici: offrivano uno spiraglio di luce a gente che abitualmente vive nella povertà non tanto economica (poiché qualcuno magari è figlio di famiglie benestanti), quanto piuttosto di prospettive e di crescita.
Nei tempi in cui ho cominciato io a divulgare la cultura dell’infomarketing, i disegnatori, gli illustratori e i fumettisti non sempre potevano parlare del loro lavoro o della loro professione, senza essere derisi o beffeggiati dal rappresentante tipico della media borghesia italiana, quella che per più di 30 anni, incapace di cogliere o decifrare i cambiamenti del sistema, ha insegnato con ostinazione e ottusa sicumera un complesso di valori con i quali oggi si sono annientati figli e nipoti.
A volte penso quanto sarebbe catartico prendere il controllo delle televisioni per fare un discorso a reti unificate (e a muso duro), e chiedere ai genitori dei laureati moderni, tutti indistintamente disoccupati o rider o centralinisti sottopagati, se sono in grado di cogliere il nesso causale tra la penosa condizione attuale dei loro figli e il ruolo che essi – genitori – hanno convintamente svolto durante la loro crescita con le scemenze sul posto fisso e sull’obbedienza alle regole del sistema.
Me li ricordo ancora i discorsi che si facevano dal barbiere. Il professore, il carabiniere, l’impiegato del comune, erano tutti lì a scambiarsi punti di vista ed esperienza di vita che semplicemente, alla fine dei conti, suggerivano di fare quello che veniva detto loro di fare, seguire le indicazioni, trovarsi un lavoro, avere i piedi per terra. Giammai coltivare una passione, un’arte, un talento.
La media borghesia, appunto. Ovvero, gente media che semplicemente produce mediocrità. E chi è al di sopra della media viene fregato.
Il mio PDF, al di là dei tecnicismi del web e delle strategie di monetizzazione, restituiva un po’ di dignità a coloro che fino a quel momento erano visti come ragazzi strambi, incapaci di scegliere la strada giusta per il loro futuro.
Ora, quel futuro è arrivato. E i risultati sono sotto gli occhi di tutti.
La notifica di pagamento di PayPal
Dicevo della mia irrequietezza. Il Nokia era a portata di mano. Lo presi per aprire la posta elettronica. “Non si sa mai”, pensai. Anche se erano passate solo poche ore dal lancio dell’annuncio. Non mi aspettavo nulla, almeno per quella prima giornata.
E invece..
E invece c’era una notifica di pagamento di PayPal. Qualcuno in Italia aveva aveva cliccato sul mio annuncio, era atterrato sulla mia pagina di vendita, aveva letto il testo e si era deciso a comprare il mio PDF, spendendo 72 euro.
Prima di Facebook
Ho già raccontato questa storia. Più di una volta. Ma oggi il mio intento è un’altro. Voglio farti riflettere sul meccanismo che ha preceduto l’era di Facebook e che ha permesso a molti pionieri come me di cominciare una carriera strepitosa di creazione e monetizzazione di contenuti.
Le 72 euro incassate quella mattina sono state le prime di una lunghissima lista di incassi che negli ultimi 15 anni mi hanno permesso nell’ordine di:
- Abbandonare la mia vecchia professione
- Ripagare i miei debiti
- Costruirmi una casa
- Cambiare regione, e quindi cambiare anche la casa che mi sono costruito per vivere in case sempre più importanti e confortevoli e in posti assolutamente meravigliosi, ricchi di natura e benessere
Tutto lo scetticismo che milioni di persone in Italia hanno stupidamente riversato con acredine nei confronti di questo modello, per un po’ di tempo poteva anche essere giustificato.
Erano i primi anni di infomarketing. Qualcosa di assolutamente nuovo per gli analfabeti funzionali del belpaese. E gli unici a parlarne erano quelli come me interessati a diffondere il modello. Non c’era un mainstream attento al cambiamento che poteva offrire qualche storia interessante per sensibilizzare il pubblico.
Raramente, ne parlavano quelli di Millionaire e qualche altra rivista di nicchia.

Poi, però, sono passati gli anni. Le storie di successo sono emerse con prepotenza, arrivando a conquistare persino i media del mainstream. E oggi assistiamo basiti all’invadenza della politica nelle questioni di web.
È sufficiente ricordare com’era YouTube pochi anni fa e confrontarlo con cosa è diventato oggi: uno strumento nelle mani di chi cerca di controllare il mondo con la manipolazione, la censura, la mistificazione e la cancel culture.
Questi accadimenti non entrano nel novero delle cose belle del nostro modello di riferimento, ma fanno capire come il web non sia più considerato un impegno per scemi, come è stato fatto fino a poco prima della pandemia.
Tecnologia, robotica, informatica stanno entrando di forza nelle nostre vite. Ce le stanno imponendo, e come tutto ciò che viene imposto, non permette a chi le subisce di forgiarle o modellarle in base alle proprie esigenze.
Lo smart working della pandemia non ha niente a che vedere con l’home working del blogging business di cui ho sempre parlato dal 2007. Il primo è schiavitù. Il secondo è libertà. Anche se entrambi usano il web.
Attenzione a queste differenze. Abbiamo per le mani lo stesso strumento. Noi, però, cerchiamo di usarlo a nostro vantaggio, per creare valore, indipendenza, felicità. Chi invece lo sta imponendo oggi vuole solo sostituire la catena di montaggio con una catena di connessioni controllate a distanza. Gli industriali di fine ‘800 e inizio ‘900 hanno ceduto il passo a quelli della Silicon Valley. Tuttavia, l’idea di sfruttare il lavoro, finché rende, è la medesima. Amazon è la prova provata dell’annientamento totale dei diritti dei lavoratori.

Prima di Facebook, il web era un mercato eccitante dove un contenuto di valore poteva trasformarsi in prodotto informativo e generare ricchezza mediante un processo che partiva dalla ricerca in Google e terminava sulla landing page dell’autore.
Nel mezzo c’erano due acceleratori di impresa:
- L’annuncio, come strumento di pubblicità pertinente
- Il copy sulla pagina che seguiva delle regole ben precise per dare al navigatore estraneo in un solo colpo tutte le informazioni necessarie a trasformarlo in cliente
Il funnel pre-facebook era semplice ed efficace: ADS → Sales page
Ciò era possibile perché il meccanismo pubblicitario di Google era il migliore possibile per un creatore di contenuti.
Google AdWords identifica le persone in base a quel che stanno cercando in quel momento. Le persone cercano informazioni per prendere decisioni, e quando Google mostra un annuncio pertinente consente all’inserzionista di immettersi in quel processo decisionale con le sue informazioni.
Facebook: un pessimo luogo in cui vendere
Con Facebook, invece, siamo stati costretti a trasformare una palese forzatura in qualcosa che chiamiamo funnel: ADS → lead magnet → email marketing → email marketing → email marketing → sales page. Ma il tutto fuori dai processi decisionali dell’utente, quindi, nelle condizioni peggiori per fare business.
E sebbene io stesso abbia venduto i miei corsi per molti anni proprio con Facebook, non cambia il fatto che sia un pessimo luogo in cui vendere, perché le persone non vanno su Facebook per prendere decisioni. Anzi, ci vanno proprio per evitare di prenderne!
Il gioco è stato bello, finché è durato. Ci eravamo abituati alle forzature, agli adattamenti, agli insulti copiosi degli utenti, ai commenti, ai like, al tempo perso per generare un risultato. Ma ora che persino le forzature stanno peggiorando a favore di un sistema che non profila, non aiuta, non ingaggia, la scelta di rivedere il tutto con la logica del primo giorno è fondamentale.
Il nostro lavoro come marketer è comprare pubblicità per 1,00 euro e ottenere 2,00 euro. NON è fare clic su Mi piace, Tweet, Facebook, scherzare, interagire, segnalare, rispondere a domande e coltivare relazioni per tutto il giorno. È il più grande spreco di tempo per l’80 o 90 per cento delle attività.
Il ritorno a prima può salvarti la vita. E se non conosci il “prima”, perché il tuo business è nato nell’era di Facebook, devi sforzarti di acquisire l’intelligence del meccanismo che ha preceduto Facebook.
Il Blogging business avanzato
Non significa banalmente ripiegare su AdWords, perché AdWords ha raggiunto costi proibitivi per molti. Significa invece tornare alla possibilità di immettersi nel processo decisionale del navigatore quando il navigatore è in fase decisionale. Si può entrare in questa fase anche senza le ADS. Ma puoi farlo solo con il blogging business avanzato.
Se Facebook non ti aiuta e AdWords costa troppo, non hai molte alternative.
Le altre forme di pubblicità, tipo YouTube, LinkedIn, Pinterest, sono relativamente utili. Possono essere inserite in un piano più ampio di promozione del tuo brand o dei tuoi prodotti. Sono strumenti ausiliari di un’arma più potente che deve essere costruita con pazienza per questo scopo.
Se vuoi tornare a fare business online, devi tornare a fare lead generation nell’unico ambiente dove i lead sono caldi e interessati. Non Facebook ma Google, non AdWords ma DEM, non SEO ma…
Ne parlerò il 4 giugno al seminario “Il business online come ai vecchi tempi”. C’è ancora qualche posto. Forse, fai in tempo a prenderlo. Forse, però.


Forse il detto “non tutto il male viene per nuocere ” anche in questo caso potrebbe avere ragione…
Fosse la volta buona che riusciamo a costruire su fondamenta più degne di quelle che offrono i social.
Il webinar premium nella tua tenuta sarà come al solito interessantissimo, e sarà un successone.
Buona vita Carlo.