Scommetto che qualcuno, tra i miei follower di Facebook — soprattutto quelli che si muovono nel mio stesso ecosistema professionale — si starà ponendo una domanda. Una di quelle domande che non si fanno ad alta voce, ma che circolano sottovoce nei gruppi, nei messaggi privati, nei commenti trattenuti a metà. La domanda è questa: ha senso che uno come lui — marketer, blogger, selfpublisher, figura del settore — usi i suoi canali per parlare di musica? La risposta breve è sì. E se sei curioso di capire come guadagnare con la musica AI nel 2026 — non come hobby, ma come asset vero di business — sei nel posto giusto.
Non è una critica dichiarata. Non arriverebbero a tanto, o almeno non apertamente. È qualcosa di più sottile e, per certi versi, più interessante: è una convinzione. La convinzione — radicata, quasi dogmatica — che un business online debba stare al suo posto. Dentro la nicchia. O meglio, dentro la nicchia della nicchia.
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E questa convinzione ha una storia precisa, una data di nascita approssimativa. Correva l’anno 2006, o giù di lì. I pionieri dell’infomarketing italiano erano al lavoro — instancabili, visionari, spesso sopravvalutati, spesso sottovalutati — e il loro messaggio era chiaro come l’acqua: se vuoi vendere un infoprodotto, devi risolvere un problema specifico, per un pubblico specifico, in un mercato specifico. Nicchia, nicchia, nicchia. Il mantra si ripeteva come un ritornello, e per una buona ragione: funzionava. Funzionava perché il mercato era vergine, il pubblico era disorientato, e la specializzazione era l’unica bussola affidabile in un territorio ancora da cartografare.
Quel principio, sia chiaro, non è morto. Oggi come allora, se apri un blog, lanci un funnel, scrivi un libro con l’intenzione di venderlo, devi sapere di cosa stai parlando e — soprattutto — a chi stai parlando. Il focus non è un’opzione, è una necessità.
Ma c’è una differenza enorme tra spiegare l’alfabeto a chi sta imparando a leggere e decidere cosa fare quando conosci la letteratura a memoria.
Vent’anni nel settore cambiano la prospettiva. Cambiano il modo in cui guardi il business, il pubblico, te stesso. E a volte impongono una domanda scomoda: la nicchia è ancora una strategia, o è diventata una gabbia?
La libertà di chi conosce le strade a memoria
Alcuni li chiamano “cambi di rotta”. Come se io fossi un temerario alla guida di una slitta sulle pendici di una montagna innevata, incapace di tenere la direzione, sempre in cerca di una via d’uscita che non trova.
Vista da fuori, capisco. L’immagine regge. Ma vi assicuro che non ho mai perso l’orientamento, non una volta in vent’anni. Conosco la strada di casa. La conosco a memoria, con tutte le scorciatoie, tutti i vicoli ciechi, tutti i sentieri che ci girano intorno e che sembrano perdersi nel bosco ma poi, invariabilmente, riportano al punto di partenza.
Non si tratta di cercare la via del ritorno. Si tratta di qualcosa di più complesso — e di più interessante.
C’è un tipo di libertà che nasce dalla conoscenza. Non dalla competenza astratta, non dal titolo sul biglietto da visita, ma dalla conoscenza vera, acquisita sul campo, a volte pagando prezzi alti. Quella conoscenza ti permette di muoverti senza paura. Di fare esperimenti. Di seguire l’istinto senza il terrore di non saper tornare indietro.
Se sono quello che sono — nel bene e nel male, con i pregi e con le contraddizioni — è perché non mi sono mai negato nulla di quello che avevo voglia di esplorare. Il pugilato e la politica. Photoshop e la musica. La consulenza del lavoro e l’infomarketing. Il blogging business e tutto quello che ci sta in mezzo. Non ho collezionato esperienze per riempire un curriculum. Le ho vissute perché mi interessavano, perché avevo fame, perché sono fatto così.
Se sai cantare, canta (e no, non è ancora musica)
C’è una regola che cerco di spiegare ogni volta che ne ho l’occasione — e che pochi, pochissimi, sembrano davvero capire.
La regola è: se sai cantare, canta. Ne parlavo anche in questo vecchio articolo del 2022.
Fermatevi un secondo, perché non sto ancora parlando di musica. È una metafora. Significa: se sai fare una cosa, falla. Senza annunciarla. Senza spiegare che sai farla, senza costruirci attorno un posizionamento, senza aspettare il momento giusto. Falla e basta. Le persone vedono. Osservano. E chi deve saltare fuori, salta.
Ve lo dico con un esempio concreto, che vale più di mille spiegazioni teoriche.
Da quando ho cominciato a pubblicare video musicali realizzati con l’intelligenza artificiale, sono stato letteralmente sommerso da messaggi. Colleghi, professionisti del settore, persone che mi seguono da anni — tutti a chiedermi la stessa cosa: come lo fai? Quanto costa lavorare con te per impararlo?
Se vuoi capire di cosa sto parlando, guarda qui.
Non ho scritto un post per dire “so usare l’AI per fare musica”. Non ho costruito un corso, non ho lanciato una newsletter dedicata, non ho fatto un webinar. Ho semplicemente fatto. E il mercato ha risposto da solo, senza che io alzassi un dito per sollecitarlo.
Questa è la libertà del primo livello.
La musica come asset: il secondo livello di libertà
E poi c’è l’altro piano. Quello più strategico, più freddo, più concreto.
La musica è una mia passione antica. È vero, non è una storia inventata per dare colore alla narrazione. Ma c’è un motivo preciso se, per tutti questi anni, l’ho tenuta chiusa in un cassetto mentre mi concentravo a pedalare — a dare una vita dignitosa a me stesso e alla mia famiglia. Il motivo è che, con i tempi e i modi di produrre musica di qualche anno fa, non aveva senso economico. Non per uno come me.
Poteva avere senso per chi vive d’altro e trova gioia a suonare con gli amici in un garage, o nei locali della città. Conosco un sacco di gente così, e alcuni di loro sono straordinari — passerei ore ad ascoltarli. Ma io non c’entro niente con le cover band. Non c’entro con il complessino nato tra vecchi amici cinquantenni in cerca di un sabato sera diverso.
Con me il discorso è un altro.
Sono uno studioso. Uno di quelli che non riesce a guardare un fenomeno senza volerlo smontare pezzo per pezzo per capire come funziona. Così, quando alcuni AI Artist hanno cominciato a comparire sui miei radar — con numeri che avrebbero fatto alzare un sopracciglio a chiunque — ho fatto quello che faccio sempre: ho cercato. Ho usato le funzioni di ricerca profonda di tutti i tool AI a cui sono abbonato, ho scavato, ho incrociato i dati.
E a un certo punto è successa una cosa strepitosa.
Ho trovato il meccanismo. Ho capito esattamente come un artista AI monetizza il proprio lavoro. E l’ho capito con una chiarezza che raramente mi capita — in modo cristallino, senza zone d’ombra, senza pezzi mancanti. Riuscivo a vedere ogni step del processo, dalla prima mossa fino all’incasso.
Ed è lì che sono entrate in gioco tutte quelle esperienze che qualcuno, in buona fede, chiama “cambi di rotta”. Il marketing. La produzione di contenuti. La comprensione dei pubblici. La logica dei funnel. La capacità di costruire asset nel tempo. Tutto quello che ho imparato girando per quelle strade che conosco a memoria si è rivelato esattamente quello che serviva.
Non è un caso. Non è fortuna. È il risultato naturale di una vita passata a imparare cose che, sul momento, sembravano slegate tra loro.
Il meccanismo preciso — gli step, la sequenza, la logica che trasforma la passione in un asset economico reale — non è questa la sede per svelarlo. Ma vi dico una cosa: è un processo strutturato, fatto di fasi ben definite. E quando queste fasi vengono eseguite con attenzione, il guadagno non è un obiettivo da inseguire. È una conseguenza naturale. Un asset di lungo periodo, più solido e più longevo di qualsiasi rendita passiva da infoprodotto.
Italo Cillo e il mercato che non esiste più
Perché tirare in ballo Italo Cillo?
Parliamoci chiaro. Italo ed io non ci siamo mai presi granché. Non ho frequentato la sua scuola, non ho seguito i suoi corsi, non eravamo dello stesso giro. Lo dico senza malizia e senza falsa modestia, perché la stima — quella vera — non ha bisogno di frequentazione per esistere. E la stima, nei confronti di quello che Italo ha costruito, ce l’ho eccome.
Italo Cillo è stato uno dei veri pionieri dell’infomarketing italiano. Non uno dei tanti che oggi si fregiano di quel titolo con la disinvoltura di chi compra un badge su Amazon. Un pioniere nel senso letterale: qualcuno che arriva prima degli altri, in un territorio inesplorato, e trova il modo di renderlo abitabile.
Nel 2006, nel 2007, parlare di headline, di copywriting, di scrittura persuasiva era come raccontare di astronavi e dinosauri ai bambini di cinque anni. C’era una magia in quelle parole, un fascino quasi esotico. E Italo quella magia sapeva trasmetterla. Sapeva prendere concetti che sembravano astratti e trasformarli in strumenti concreti, misurabili, redditizi.
Il mercato era vergine. I costi pubblicitari erano ridicoli. Le conversioni arrivavano con una naturalezza che oggi farebbe sembrare tutto un racconto di fantascienza. Ti occupavi di rivendere lavandini e sanitari? Nessun problema: una landing page lunga e persuasiva, qualche campagna attivata con budget da spiccioli, e il gioco girava da solo.
Poi il mercato ha smesso di essere vergine.
È successo per gradi, con la lentezza silenziosa delle grandi trasformazioni. Prima si è saturato di formatori e autori — centinaia, tutti a dire le stesse cose, alcuni lasciando dietro di sé una scia di promesse non mantenute e di studenti delusi. Poi sono arrivate le Facebook Ads, e con loro una nuova stagione, nuove regole, nuovi equilibri. Poi i costi pubblicitari sono esplosi. Poi la pandemia ha rimescolato tutto. Poi sono arrivati i fenomeni da Dubai con l’orologio in primo piano e il Lamborghini sullo sfondo.
E infine è arrivata l’intelligenza artificiale.
Il copy è una commodity. Adesso cosa fai?
Oggi, nel 2026, c’è ancora chi ragiona come se fosse il 2008, chi costruisce il proprio business attorno al copywriting come se fosse ancora una risorsa rara, un vantaggio competitivo esclusivo.
Il copy è fondamentale — per carità, non fraintendetemi. Ma oggi non è più un’arma segreta. È quasi una commodity. Una landing page? Con un minimo di dimestichezza, Claude te la costruisce in tre minuti. Forse meno. E se non sai farlo, vale la pena chiedersi seriamente perché si stia leggendo questo articolo.
Italo lo avrebbe capito. Ne sono certo.
Perché Italo — al di là delle tecniche, al di là dei corsi, al di là di tutto — era fondamentalmente una persona sveglia. Un visionario con i piedi per terra, capace di adattarsi ai tempi senza perdere la bussola. La prova più eloquente? Poco prima di lasciarci, lanciò un podcast. Lo chiamò Tempo di cambiare.
Non è un dettaglio biografico. È un testamento.
Un uomo che aveva costruito la sua reputazione su un certo modo di fare marketing — e che avrebbe potuto tranquillamente accomodarsi sulle rendite di quel posizionamento — scelse invece di annunciare a chiunque volesse ascoltare che era arrivato il momento di muoversi. Di guardare oltre. Di non restare incollati a un modello solo perché un giorno aveva funzionato.
Sono convinto che se Italo fosse ancora tra noi, starebbe cavalcando questa era con la stessa brillantezza con cui cavalcò quella del 2006. Probabilmente con un canale AI. Probabilmente con un progetto che nessuno si aspetterebbe da lui. Probabilmente facendo alzare qualche sopracciglio tra i suoi stessi discepoli.
La nicchia è uno strumento, non una prigione
E allora torniamo al punto di partenza. Torniamo a quella domanda silenziosa che circola tra i miei follower — quella che non si fa ad alta voce ma si sente nell’aria: ha senso che uno come lui usi i suoi canali per parlare di musica?
La risposta è sì. Ha tutto il senso del mondo.
Non perché abbia abbandonato quello che so fare. Ma perché quello che so fare — dopo vent’anni, dopo il pugilato e la politica, dopo Photoshop e il copywriting, dopo i funnel e il blogging business — si è evoluto in qualcosa di più grande di una nicchia. La nicchia è uno strumento. Un ottimo strumento, per chi sta imparando. Ma chi conosce le strade a memoria non ha bisogno di restare sul sentiero segnato.
La musica con l’AI non è un capriccio. È un asset. È un esperimento con numeri reali dietro. È la dimostrazione pratica — ancora una volta, senza annunci, senza proclami — che se sai cantare, canti. Italo lo sapeva. Adesso lo sai anche tu.
E chi deve saltare fuori, salta.










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